Il gigante e la gattina. Inaspettati incontri cercando affreschi a Roccaforte Mondovì

Se non fosse per il classico cartello marrone con la scritta bianca, fedele alleato del turista, sembrerebbe un cascinale come tanti. Un pugno di case, legnaie e pollai. Semplice e grazioso proprio per la sua semplicità, ben tenuto, ma come tanti. Quando ti addentri inizi a osservare muri e archi in mattoni rossi, a vista, come si usava. La legna bella ordinata, pronta per l’inverno. Pere distese a maturare. E poi uno strano ballatoio. O meglio, uno di quei ballatoi in legno coperti dallo spiovente del tetto, tipici delle cascine. Questo però sembra popolato da personaggi dotati di aureola (uno si direbbe un gigante). Sali una scaletta e scopri che il “cascinale dei frati” di Roccaforte Mondovì, in provincia di Cuneo, custodisce un ciclo di affreschi del ‘400. Il gigante era San Cristoforo, in compagnia di Sebastiano, Antonio abate e altri Santi ricorrenti nel culto locale. Ma pian piano si svelano scene di vita agreste, qualcuno produce formaggio e in un episodio frammentario compare un pover’uomo che indossa un paio di modernissimi pantaloni strappati.

Come si spiega il mistero del ballatoio? Sembra che qui un tempo vivessero dei frati. Doveva esserci un convento, forse in una versione più rurale rispetto a ciò che associamo di solito all’idea di convento. In ogni caso, chi viveva qui ha voluto raccontarci non solo il proprio culto ma anche la vita quotidiana del tempo e farci riflettere. Quanto è antica, per esempio, l’arte casearia.

Ma il “cascinale del frati” è solo un assaggio. La visita a Roccaforte era in realtà iniziata dall’altro capo del territorio comunale, dove svetta la pieve di S. Maurizio. Svetta in una posizione talmente stretta e scoscesa che, quando si volle ampliare la semplice struttura primigenia, si riuscì a costruire solo su un lato,  cosicché oggi la pieve presenta una rara pianta a due navate. Permane l’estrema semplicità che caratterizza le forme dell’edificio. Ma a Roccaforte abbiamo capito che la semplicità di solito è apparente: ecco infatti all’interno cicli di affreschi che attraversano secoli di storia dell’arte, con scene consuete (il Cristo pantocratore, gli apostoli) ma anche creature dal significato simbolico tutto da decifrare: il pavone, il dromedario, la sirena bicaudata (cioè a due code, sì proprio come quella di Starbucks).

Custode della pieve è la gatta Mao, un’agile micia fulva che si arrampica come uno stambecco sulle massicciate della pieve e vi segue per tutta la visita. Gradisce essere fotografata.

Si fa tardi, è ora di partire, ma un monastero in lontananza, costruito a strapiombo sulle alture circostanti, mi fa pensare che non finiremo mai di esplorare la provincia Granda. Arrivederci Roccaforte Mondovì.

Lorenzo Crola

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