I 40 anni del “Nome della rosa” in un mondo di biblioteche chiuse

Siamo ormai abituati ad attribuire la colpa di ogni evento nefasto che stiamo vivendo a «questo maledetto 2020». Come se lo scoppio di una pandemia fosse una calamita che continua ad attirare sventure su sventure. Per questo non vediamo l’ora che l’anno finisca, illudendoci che il 2021 sarà automaticamente diverso. Chissà se anche nel 1980 si diceva così. La morte di John Lennon, il disastro aereo di Ustica, il terremoto in Irpinia: basta citare questi fatti per creare l’impressione di un «anno maledetto». Eppure ho deciso di parlarvi di un avvenimento speciale risalente proprio a quarant’anni fa.

Nelle librerie compariva un romanzo destinato ad accendere dibattiti nei campi della letteratura, della religione, della storiografia, della filosofia. Un romanzo che ha suscitato entusiasmi e passioni ma anche divisioni tra il pubblico, la critica, il mondo intellettuale. Un romanzo che si può divorare o non sopportare. A me sono successe entrambe le cose: la prima volta lo lessi per obbligo scolastico, fu arduo (ma non inutile); di recente l’ho ripreso in mano con maggior profitto, provando il piacere di perdermi nella vita di un’abbazia benedettina del XIV secolo (complice anche quella efficace ma altrettanto discussa versione cinematografica dell’86). Personalmente la trovo una di quelle opere su cui è bene tornare più volte nel corso della vita: quando si ha compiuto un ciclo di studi, quando si è visto il film, quando si è approfondito un certo argomento o quando si è passati attraverso certe esperienze di vita. Ecco perché in queste settimane di isolamento forzato – quasi monastico – ho ripreso in mano “Il nome della rosa”, primo romanzo di Umberto Eco. Un romanzo molteplice, che ogni lettore può comprendere a livelli diversi proprio in base alla cultura, alla formazione, alle esperienze che ha alle spalle. Allo stesso Eco credo che sfuggisse la comprensione totale dell’universo storico-filosofico-letterario da lui creato.

“Il nome della rosa” è anche un romanzo storico che ha cambiato la concezione del romanzo storico come forse solo “I promessi sposi” avevano potuto fare. E nonostante gli aiuti d’autore (le “postille” aggiunte alle successive edizioni) deve ancora finire di essere completamente decifrato e apprezzato in tutte le sue sfaccettature. O forse si tratta di un’opera talmente complessa che non finirà mai di essere studiata e criticata, osannata e smontata, proprio come “I promessi sposi”. Ecco perché se l’unico film finora tratto dal “Nome della rosa” ha immancabilmente spaccato in due la critica, vuol dire che altri potranno seguire. Nel 2019 si è aggiunta un’apprezzabile serie tv, ma molto altro può ancora essere ispirato dal magma creato da Eco in quei turbolenti e creativi anni ’70, magari focalizzando su certi personaggi o certi fatti. Lo stesso Eco non ha esitato a fermarsi per pagine e pagine solo sulla descrizione del portale della chiesa dell’abbazia, a perdersi su un sogno del giovane Adso o a riportare una catena di “insulti memorabili” che volano quando scoppia la rissa tra inviati papali e rappresentanti dell’ordine francescano, chiamati a discutere sull’annosa questione della povertà di Cristo/della Chiesa.

Quello del “Nome della rosa” è un mondo in cui la cultura viene salvata grazie al lavoro dei monaci, ma anche gelosamente custodita in quel labirinto impenetrabile che è la biblioteca dell’abbazia. Oggi viviamo nell’epoca dell’open access, della massima condivisione dei risultati della ricerca. Quanto ci sentiamo lontani dall’idea che possano esistere libri pericolosi e opere frutto di intellettuali infedeli da tenere sotto chiave. Eppure l’attualità di «questo maledetto 2020» ci sta facendo provare cosa voglia dire proibire l’accesso al sapere: biblioteche e archivi chiusi causa restrizioni anti-Covid,  possibilità di accesso limitate, libri e documenti non disponibili sono diventati problemi quotidiani di lettori, studenti e ricercatori.

Lorenzo Crola

11 pensieri riguardo “I 40 anni del “Nome della rosa” in un mondo di biblioteche chiuse

      1. Ecco qui, trovato!

        “Tu mi stai dicendo che Berengario era mosso da desideri carnali per uomini del suo sesso?”

        Io non me n’ero accorta. L’ho verificato dopo aver letto un articolo (chissà quando, chissà dove, chissà di chi) che ne parlava.

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      2. Tutto sommato te la consiglio. Bisogna superare uno shock iniziale, se hai in mente il film di Annaud con Sean Connery, ma quando ti abitui all’idea che ci possano essere altre versioni con altri attori scopri che vale anche questa serie. Ci sono molti aspetti che il film, per ovvi motivi, non aveva potuto rappresentare

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