“Pazzo per l’opera”. Alberto Mattioli racconta la storia di una passione

“Pazzo per l’opera. Istruzioni per l’abuso del melodramma”, a dispetto di quanto possano far pensare titolo e copertina, è una cosa seria. È la storia di un giornalista, Alberto Mattioli, che ha visto la propria passione per il melodramma trasformarsi in follia (organizzata, direbbe Stendhal) e che su tutto ciò è riuscito a costruire la propria professione, arrivando ad accumulare un catalogo di quasi 1.800 spettacoli visti in una quarantina d’anni (e il 2020, per ovvi motivi, ha fatto drasticamente abbassare la media). Considerate che il sottoscritto, a tredici anni da quella prima “Aida” vista in Arena, è fermo a quota 56. Si dirà: sono solo numeri. Ma se pensate che a molti solo l’idea di andare a vedere un’opera fa venire sonno, tali cifre suggeriscono che questo genere di spettacolo può trasmettere qualcosa di speciale. Il libro di Mattioli, recentemente pubblicato da Garzanti, è nato proprio per spiegare questo qualcosa.

C’è solo un’altra passione che combatte con quella per l’opera nell’animo di Mattioli ed è l’amore per i felini. Ma la melomania, ci confessa, alla fine è quella che prevale. Da parte di un «Gattolico praticante» (titolo di una sua precedente pubblicazione) è un’affermazione veramente seria. In copertina troviamo l’autore con una gorgiera pieghettata che subito evoca un mondo di recite paludate con fastosi e ingombranti costumi d’epoca (la stessa Elisabetta I regina d’Inghilterra, famosa per le sue gorgiere monumentali, è stata più volte raccontata dalla lirica, perché il gossip sulla royal family britannica è una delle più antiche tentazioni umane). Proprio sulla necessità di rinnovare questa rigida concezione della regia nel teatro d’opera Mattioli si spende diffusamente, perché senza un’evoluzione delle modalità di messa in scena lo spettacolo non può continuare a parlare al pubblico di oggi. E il teatro muore. Un rischio che si corre soprattutto in Italia, dove il mondo dell’opera (a prescindere dal Covid) non sempre gode della giusta considerazione, mentre altre parti del mondo, come la Cina, se ne stanno appropriando perché vedono come un segno di progresso la scoperta di quest’arte (inventata in Italia) e l’apertura di nuovi teatri lirici.

Naturalmente in “Pazzo per l’opera” si parla anche di cantanti e di canto, di teatri e festival, dei fasti e della crisi della lirica: ad accomunare tutti i capitoli sono la passione con cui Mattioli racconta tutte le sfaccettature di questo mondo e ci porta a superare molte idee preconcette, non esitando anche a smontare e rimontare miti come quello di Pavarotti (non fidatevi quindi di come lo ha recentemente raccontato Ron Howard: “Paradossalmente – scrive Mattioli – Il colpo di grazia alla memoria di Lucianone nostro l’ha dato il film che doveva celebrarlo”).  

Consiglierei questo libro a tutti. Agli appassionati perché ritroveranno stimoli di approfondimento o descrizioni di eventi vissuti (sottoscrivo parola per parola la cronaca dello sbarco sul “pianeta Glyndebourne”, dove si tiene il festival «in  cui gli inglesi dimostrano di saper fare ancora gli inglesi»). Ai non appassionati consiglierei ugualmente la lettura di “Pazzo per l’opera” perché è impossibile non appassionarsi alla storia di una  passione, così come mi era capitato con “Febbre a 90°” di Nick Hornby, per quanto riguarda la fede calcistica  (e io, che di calcio non capisco un tubo, ho capito leggendo Hornby che un libro che racconta una passione parla a tutti e magari può essere contagioso). Infine, lo stile di Mattioli è semplicemente adorabile (quando era corrispondente in Francia per “La Stampa” mi ritrovai a leggere articoli di politica transpalpina a cui non sapevo di essere interessato).

Lorenzo Crola

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