Sette torri emergono fra il traffico dei viali torinesi

Capita di visitare chiese moderne e di rimanere delusi. Vuoi per l’interferenza dei canoni del romanico, del gotico, del barocco impressi nelle nostre retine, vuoi per l’oggettiva aridità di certi edifici in cui non si riesce a scorgere il concetto di ispirazione, vuoi per la difficoltà di capire o accettare qualcosa di contemporaneo nel campo dell’architettura sacra. Quando non scatta nessuno di questi meccanismi, la spiegazione che mi posso dare è che siamo di fronte a un progetto che sa essere innovativo senza voler rompere col passato per partito preso, un progetto che semplicemente riesce a rispondere con un linguaggio contemporaneo a necessità umane senza tempo (abitare, lavorare, pregare). Questo credo sia quanto si è verificato nel caso del complesso del Santo Volto di Torino, concepito dall’architetto svizzero Mario Botta negli stessi anni in cui l’ex capitale sabauda si preparava per i fasti delle Olimpiadi invernali del 2006.

Come accade in molti suoi progetti, siamo di fronte a un’apoteosi del mattone, in un’epoca in cui altre modalità costruttive predominano la scena. È stato notato che Mario Botta ha saputo creare proprio con l’uso dei materiali e la scelta di forme geometriche una propria firma architettonica, riconoscibile in tutte le sue opere, dalla natia Svizzera fino a San Francisco e a Tokyo. Un virtuosismo in questo uso dei materiali si ha proprio dietro l’altar maggiore della chiesa del Santo Volto, dove l’immagine della Sindone viene evocata attraverso conci in rosso di Verona disposti come pixel.

La chiesa del Santo Volto omaggia il sacro lino di Torino, ma si trova all’estremo opposto della città, rispetto al duomo, a palazzo Reale, ai caffè eleganti. Siamo nella periferia nord, in un contesto un tempo dominato da capannoni dalle prospettive infinite, oggi saggiamente divenuti un grande spazio coperto per attività ricreative e in parte conservati come scheletri industriali, i cui piloni sembrano incorniciare la ciminiera inclusa nel progetto di Botta, avvolta da un giocoso cordone metallico elicoidale.

Vista in pianta, la chiesa del Santo Volto somiglia proprio a un’elica pronta per spiccare il volo. Sette torri-lucernari sono disposte lungo il perimetro e permettono alla luce di filtrare all’interno, ricadere sulle cappelle e contribuire all’illuminazione della grande aula unica a pianta centrale, precisamente eptagonale (cioè a sette lati, esiste numero più carico di simbologia?). Finora avevo sentito parlare di eptagono in architettura solo a proposito dell’edificio in cui si trova la mitica biblioteca del “Nome della rosa” di Umberto Eco. Un’altra immagine suggerita dalla pianta della chiesa, indicata dallo stesso progettista, è l’ingranaggio. Un grande ingranaggio in un ex contesto industriale cittadino. Un edificio che sa essere elica e ingranaggio insieme risulta quasi un punto di contatto tra cielo e Terra. Non è questa la funziona di una chiesa?

A proposito di forme, Mario Botta ha affermato di amare il cerchio perché quando un edificio assume questa forma è come se non avesse facciate. Anche per capire da dove accedere a questa chiesa ho dovuto girarci attorno, finché non ho trovato un portone, tutt’altro che enfatico. Giusto un varco per accedere allo spazio sacro. Una volta entrati, si nota che l’immenso ambiente sale come una piramide. Ci si sente colpiti e accolti al tempo stesso, proprio grazie al modo in cui la luce vi penetra e all’impressione di essere abbracciati da tanto spazio (vi ho già parlato della mia passione per le piante centrali, nell’articolo sul Varallino di Galliate, ricordate?). Le acquasantiere sembrano sospese dentro i pilastri. I raggi solari si insinuando anche attraverso reticoli di quadratini. L’immensa volta riesce a trasmettere insieme possanza e leggerezza. Torniamo all’esterno. La piazza creata da Botta con i suoi mattoni rossi scalda un contesto periferico dove predominano palazzoni grigi, parcheggi, viali e controviali trafficati.

Riguardo alle chiese di Mario Botta è stato detto che anche per gli spiriti meno religiosi è facile avvertire che si tratta di luoghi caratterizzati da qualcosa di eccezionale. Sfogliando il catalogo dei suoi progetti, forse cominciamo a rendercene conto: opere come la cappella sul monte Tamaro e la chiesa di San Giovanni Battista a Mogno, in Svizzera, o la cattedrale di Evry in Francia sarebbero le tappe ideali per continuare a capire l’architettura sacra contemporanea. Se solo si potesse viaggiare.

Lorenzo Crola

Articoli correlati:

6 pensieri riguardo “Sette torri emergono fra il traffico dei viali torinesi

  1. E’ impressionante… e non so se sto usando il termine in maniera positiva o negativa. Con tutti quei mattoni deve aver spostato l’asse terrestre di qualche metro, da quanto peserà 😀 Sembra colossale… nell’ultima foto la torre con la croce sembra molto lontana dalla chiesa.
    davvero impressionante, non la conoscevo affatto, non credo proprio di averla mai vista prima…
    grazie Lorenzo!

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: