Dal “Maestro di Fara” a Ermanno Olmi il passo è lungo dodici mesi

A Fara Novarese morire significa letteralmente salire o, almeno, avvicinarsi al cielo. Un elegante cancello, che forse ha avuto un’utilità pratica in altri tempi, prelude a una scenografica scalinata, di quelle che si arriva su col fiatone. Sfacchinata che si è risparmiato il collega blogger Giulio di PiemonteInOpel, con cui è stata organizzato il sopralluogo nel cimitero di questo paesino delle colline novaresi, noto ai più per l’omonimo rosso Doc e agli appassionati di storia per le origini longobarde del toponimo. Una comoda carrozzabile, a me sfuggita, vi permette di arrivare facilmente fin lassù, come ha fatto Giulio a bordo della sua mitica Opel Rekord del ’78 con cui sta capillarmente esplorando la regione (a proposito, tenete d’occhio questo blog, non ne rimarrete delusi).

Fara vi ricorderà forse l’omonimo rosso Doc, ma ci siamo andati in particolare per la cappella cimiteriale, già pieve dei Ss. Pietro e Paolo

Il suono del corno annuncia l’inizio della primavera e del nuovo anno, che partiva a marzo

Dopo la sudata in un caldo pomeriggio di febbraio, abbiamo finalmente avuto accesso all’obiettivo di questa uscita, l’antica pieve dei Ss. Pietro e Paolo, oggi cappella cimiteriale. Qui un suonatore di corno, capelli e vesti al vento, annuncia l’arrivo della primavera. Un giovane con rami fioriti e un nobiluomo a cavallo raccontano i mesi più rigogliosi dell’anno, prima che, con l’arrivo di giugno, si debba iniziare a pensare a sgobbare (mietere il grano e poi, a luglio, batterlo). Ad agosto, anziché riprendersi dopo il tanto lavoro, ci si porta avanti sistemando le botti che serviranno per accogliere il vino nuovo, visto che incombono le settembrine raccolta e pigiatura dell’uva. A ottobre si pensa alle castagne. Per gli ultimi mesi dell’anno (come lo concepiamo noi, perché qui invece tutto iniziava a marzo) al centro dell’attenzione ci sono ahimè gli animali: prima i maiali e poi i vitelli, destinati alla macellazione (come non commuoversi e parteggiare ipocritamente con i vegetariani di fronte a quel contadino pronto a tirare la mazzata).

Da giugno a ottobre si raccolgono cereali e frutti, in inverno arriva il momento della macellazione. Processi che si sono ripetuti immutati per secoli

A gennaio finalmente un momento di riposo, con i salumi appesi a maturare.  Chiude/riapre le danze febbraio, quando si torna in campagna a potare in vista della rinascita primaverile annunciata dal suono del corno… ma ne abbiamo già parlato.

Questo ciclo dei mesi è stato dipinto da un artista non accostabile alle altre opere coeve della zona, tanto che si è pensato di chiamarlo “Maestro di Fara”. L’autore (più di uno, secondo alcuni studiosi) ci ha voluto parlare di un mondo scandito dai ritmi della natura, dai lavori agricoli, una specie di “Albero degli zoccoli” del ‘400, che fa pensare a come la faticosa vita di campagna non sia cambiata poi granché dai tempi del “Maestro di Fara” a quelli raccontati da Ermanno Olmi nella sua magistrale pellicola. La macellazione del maiale sul grande schermo e l’uccisione del vitello affrescata in quest’abside sono lì a ricordarcelo, con quello choc che ci fanno provare ogni volta.

Lorenzo Crola

6 pensieri riguardo “Dal “Maestro di Fara” a Ermanno Olmi il passo è lungo dodici mesi

  1. 😀 grazie Lorenzo! tra l’altro notavo che il tempo ha cancellato l’occhio assassino dall’affresco del macellaio, evidentemente anche il Maestro di Fara aveva colto lo sguardo avido di sangue del serial killer rurale

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