Un modo di dire che non vale più (un Perù)

«Ah, questo medico vale un Perù» cantano le protagoniste di “Così fan tutte”, l’opera di Mozart in cui due nobili dame ferraresi vengono sottoposte a un crudele scherzo dai loro fidanzati.

Questi ultimi hanno deciso di provare a sedurre l’uno la donna dell’altro presentandosi sotto mentite spoglie. Arrivano anche a simulare il suicido. A questo punto subentra un finto medico per salvarli dal finto gesto estremo.

 È proprio questo improbabile dottore che, in buona fede, le due dame descrivono in maniera per noi oggi un po’ desueta («vale un Perù»).

Non so se questa espressione per voi sia assolutamente limpida. A me è rimasta qualche perplessità mentre ascoltavo la sublime musica di Mozart e in particolare quel verso di Lorenzo Da Ponte, il librettista.

NELL’OPERA DI MOZART TROVIAMO UN (FINTO) MEDICO ESALTATO PER LA SUA PERIZIA. MA L’ELOGIO È IRONICO O SINCERO?

Non capivo bene se ci fosse dell’ironia o se davvero “vale un Perù” venisse impiegato per descrivere qualcosa di prezioso, come una persona di talento.

IL PERÙ SULL’ATLANTE METODICO DE AGOSTINI CHE USAVO A SCUOLA (ED. 1996/97). NON SO PERCHÉ HO EVIDENZIATO COSÌ IL MACHU PICCHU. FORSE ERA DA SAPERE PER L’INTERROGAZIONE

 Il dizionario Treccani (disponibile on line) conferma, spiegando che un Perù può essere «una grande quantità di denaro, una ricchezza favolosa, con allusione alla fama di grande ricchezza, proveniente dalle sue miniere d’oro».

COME SEMPRE, IL RICORSO AL DIZIONARIO AIUTA A CHIARIRSI LE IDEE (E A RIFLETTERE SU COME VEDIAMO IL MONDO)

Conquistato da Francisco Pizarro nel ‘500 in nome della corona di Spagna e sfruttato rapacemente dai colonizzatori per le sue risorse, oggi il Perù non evoca più quell’immagine opulenta. Anzi lo conosciamo come un paese che – pur ricco di risorse minerarie, cultura e paesaggi mozzafiato – si ritrova in alterne condizioni economiche, politiche e sociali.

Anche i modi di dire cambiano o passano di moda, in base a come vediamo, percepiano, consideriamo, (sfruttiamo) il mondo.

Lorenzo Crola

32 pensieri riguardo “Un modo di dire che non vale più (un Perù)

      1. Facendo delle ricerche in questi giorni, ho scoperto che c’è un ristorante che si chiama così (indovina che cucina propone…) e ho notato che questo modo di dire è stato sfruttato recentemente per articoli sulle elezioni in Perù. In qualche modo è ancora viva come espressione

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  1. non avevo mai sentito questa espressione… del resto da bambino ho odiato l’opera perchè pur conoscendole quasi tutte a memoria musicalmente non capivo i testi e venivo punito puntualmente alla domenica con i miei che mettevano su tonnellate di vinili di opere a volumi improponibili per le leggi odierne.
    Ahhh, qual infanzia difficile et perniciosa…

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      1. oppure stiamo adottando una lingua, lessicalmente e grammaticalmente poverissima, come sintomo che il nostro mondo percepito si rimpiccolisce sempre più? Meno termini=meno idee= meno pensiero associativo=meno cognizione della realtà

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      2. Eh questo è vero. Da una parte può essere una naturale evoluzione delle lingue che hanno bisogno di andare verso modi più semplici e immediati di esprimersi. Ma se invece si tratta di un appiattimento culturale, il fenomeno è quasi orwelliano, quindi molto preoccupante

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      3. Ah, devo andare a riascoltarmela… o forse non l’ho mai ascoltata per intero, sicuramente non ho mai fatto ben attenzione al testo… comunque l’ascolto si impone, visto anche il ritorno in auge dell’Orietta

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  2. Allo stadio del Calcio Padova, che ho frequentato a lungo, una vecchia pubblicità di una marca di caffé locale diceva “Incas caffè, vale un Perù”.
    In effetti deriva da una vecchia convinzione che la sua terra fosse ricca di ori e pietre preziose. Fantasie. O no?

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    1. Eh l’oro c’era, indubbiamente. Ora il Perù è più famoso per le riserve di rame. Le vecchie pubblicità negli stadi (e non solo) penso siano anche un interessante oggetto di analisi linguistica. Prendi “Milano da bere” quanto è penetrata nel linguaggio corrente… Alcuni modi di dire ormai radicati vengono proprio dalla pubblicità e magari le più giovani generazioni nemmeno lo sanno

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