Un San Michele che insegna a combattere senza violenza

Un edificio passato attraverso molteplici interventi costruttivi è come un libro da sfogliare.

A saperli leggere, anche i muri hanno le loro storie da raccontare.

Se ci mettessimo ad ascoltare la facciata della pieve di San Pietro a Pianezza (Torino), sentiremmo parlare di come si sono avvicendati tratti romanici e gotici, i mattoni e le pietre, una finestrella a croce e un rosone.

MATTONI, FINESTRE, COLORI: NELLA PIEVE DI S. PIETRO, A PIANEZZA, OGNI DETTAGLIO HA UNA STORIA DA RACCONTARE

Tramontata la luminosa stagione medievale, la pieve di S. Pietro vede progressivamente postarsi il centro spirituale di Pianezza e cade inesorabilmente nell’oblio.

Riadattata a deposito per mezzi agricoli, deve aspettare l’800 per essere riscoperta e il secolo successivo per essere sottoposta a restauri completi.

Oggi la pieve risplende di nuovo, seppure un po’ nascosta, in una posizione a picco sul corso della Dora Riparia.  

«Lo splendore antico della pieve non è più visibile né immaginabile», nota Giovanni Adorno nel volumetto “Scoprire Pianezza. La Pieve di San Pietro”.

Ripensando alla meraviglia provata appena varcai la soglia, un paio d’anni fa, resto un po’ perplesso: quale inimmaginabile tripudio doveva essere in origine questo edificio?   

Fortunatamente tra i (molti) affreschi salvatisi ci sono i cicli della zona absidale, con opere di Giacomo Jaquerio e della sua scuola. Oggi mi limito a parlarvi di questi dipinti.

PERDENDOSI TRA I CICLI DI AFFRESCHI, SI RIMANE STUPITI PENSANDO CHE VEDIAMO SOLO UNA PARTE DELLO SPLENDORE ORIGINARIO

Appartenente a  una famiglia (di pittori) torinese, Jaquerio operò tra Piemonte, Valle d’Aosta e Svizzera, terre all’epoca in piena continuità culturale.

Il suo è un nome che meriterebbe di essere ricordato tra i grandi maestri del ‘400.

Molto impegnato, non a caso, per la corte sabauda, Jaquerio trovò il tempo anche per Pianezza, forse grazie all’influenza della potente famiglia Provana.

Sulla presenza di Jaquerio nel cantiere del presbiterio gli studiosi sono ormai concordi, considerata l’altissima abilità pittorica che caratterizza scene come la crocifissione, sulla parete di fondo.

Giochi di luce e ombra esaltano la drammaticità della morte di Cristo, tra un fiotto di sangue che sgorga dal costato e un velo dall’impalpabile trasparenza.

LA CROCIFISSIONE RICAVATA DA JAQUERIO IN UN ANGUSTO SPAZIO TRA DUE FINESTRE

Da maestro è l’idea di rimediare alla ristrettezza dello spazio a disposizione, causata dalla presenza di due finestre, ponendo negli sguinci le figure della Madonna e di San Giovanni evangelista.

Una soluzione che fa di necessità virtù, perché in questo modo la scena supera i rigidi spazi dei riquadri e prende una dinamicità che rende ancor più immediato il nostro immedesimarci in Maria e Giovanni, assorti sotto la croce in un dolore così umano e così senza tempo.

TRA LE OPERE SALVATESI DAL PERIODO DI OBLIO: UN SAN MICHELE «DI INDICIBILE BELLEZZA», UNA MISTERIOSA SANTA MARTIRE E UNA CROCIFISSIONE “FUORI DAGLI SCHEMI”

I tratti estremamente raffinati hanno portato ad attribuire a Giacomo Jaquerio anche un’affascinante e misteriosa Santa martire e il San Michele che l’Adorno definisce «di una dolcezza indicibile».

Proprio quest’ultimo affresco mi ha portato a inserire Pianezza nell’itinerario micaelico della serata dello scorso 1° ottobre (ve ne ho parlato qui).

In questo San Michele la bellezza, esaltata da una cotta di maglia finemente dettagliata, si accompagna alla compostezza mantenuta dall’arcagelo mentre sta lottando contro il demonio (che doveva essere ritratto in basso).

Più che con la violenza di un implacabile combattente, questa sopraffazione sembra avvenire con la levità di un’operazione chirurgica.

Il nostro percorso sulle orme di San Michele ci ha così portati dall’aperta campagna di S. Maria di Missione a Villafranca Piemonte (vedi il primo articolo scaturito dalla serata del 1° ottobre) verso il circondario cittadino, dove si trova Pianezza, in attesa di salire verso le alture valdostane per l’ultima puntata della serie.

Lorenzo Crola

[2 – continua]

18 pensieri riguardo “Un San Michele che insegna a combattere senza violenza

    1. Eh sì, è abbastanza sicuro 🙂 in particolare per l’aureola, ma anche per il fatto che sia raffigurata in primo piano in un riquadro tutto suo in una chiesa… Però hai ragione, oltre che bella ha proprio un atteggiamento affascinante ed è anche molto elegante. Il velo svolazzante… abbastanza inconsueta come raffigurazione, un’originalità tipica di un grande maestro

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      1. a) non c’era al tempo una gran quantità di sante tra cui scegliere
        b) ancora meno, donne che nell’iconografia avessero contemporaneamente la palma del martirio ed il libro. Il libro indicava autorità dottorale. Ed in effetti Giustina rientrava in un novero di 12 santi con questa prerogativa
        c) anche l’abbigliamento “principesco” corrisponde
        d) la storia di S.Pietro a Pianezza, si intreccia con quella di altre due S. Pietro di cui era dipendenza: Novalesa e Breme. Ed è una storia tutta benedettina. Ora si dà il caso che Santa Giustina fosse proprio una dei santi di riferimento dell’ordine

        L’unica cosa a lasciarmi perplesso è la mancanza del pugnale conficcato nel petto che ero erroneamente convinto fosse prassi. Infatti ho scoperto altre rappresentazioni dove non compare. In alternativa a volte è presente l’unicorno come simbolo di verginità. Mi piace pensare che ce ne fosse uno nella scena visto lo stile di Jaquerio&school

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      2. Moolto interessante. Io finora collegavo Santa Giustina con l’abbazia di Padova e stop. Però appunto di abbazia si tratta…
        Per il pugnale, questo mi ricorda la questione di Santa Lucia: a Villafranca Piemonte (cappella di S. Maria di Missione) c’è questa raffigurazione di una Santa con un pugnale nella gola che viene appunto riconosciuta come Santa Lucia. Così ho scoperto che anche lei a volte è raffigurata col pugnale e a volte no…

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