Ventimila libri sopra casa. Il romanzo di un trafficante di volumi usati

“Compro libri anche in grandi quantità” non è solo la raccolta delle memorie di un professionista che da una decina d’anni con la moglie Raffaella si occupa di migrazioni di libri: dalle cantine di chi se ne vuole disfare agli scaffali della sua libreria e da lì agli scaffali dei suoi clienti.

NON SOLO MEMORIE: GIOVANNI SPADACCINI SI RACCONTA A TUTTO TONDO E CI DÀ PROVA DELLE PROPRIE PASSIONI

Raccontandoci tutti i luoghi e le persone da cui ha ottenuto libri, Giovanni Spadaccini racconta sé stesso, la sua personalità, le sue passioni, prima fra tutte naturalmente la bibliofilia, che lo ha portato ad aprire il negozio “Libri risorti” a Reggio Emilia.

SOPRACCOPERTA

È il romanzo di un libraio, in cui Spadaccini non ci risparmia nulla, compresi quegli insuccessi che normalmente si nasconderebbe sotto il tappeto (le visite a vuoto per esempio, come quella all’uomo-mucca di via Gutenberg).

TRAFFICARE LIBRI SIGNIFICA ANCHE LASCIARSI ANDARE, ORA A PENNELLATE POETICHE ORA A INVETTIVE CONTRO FUNZIONARI E COLLEGHI

Ci delizia anche dei suoi esperimenti poetici, romanzeschi e saggistici (poesia è senza dubbio il capitolo su Mario, il mendicante che raccoglie soldi per comprarsi libri). Ma ci dà anche una prova di “cattiveria”, con un attacco ai funzionari, a chi «si agita in pose informali da cinici guastatori del mondo».

Se la prende anche coi colleghi librai che sfottono i clienti per i loro strafalcioni, «in tutti questi anni – commenta invece Spadaccini – se ho capito una cosa è che i miei clienti sono tutti, nessuno escluso, lettori migliori di me».

UNA GALLERIA DI OGGETTI DISPARATI TROVATI NEI LIBRI TAPPEZZA UNA PARETE DI “LIBRI RISORTI” (E COMPARE ANCHE SOTTO LA SOPRACCOPERTA)

Questo libro (edito da Utet) è anche una storia piena di storie. Non solo quelle dei libri e di chi li ha collezionati, ma anche quelle delle cose contenute nei libri, da comuni segnalibri a banconote, biglietti da visita, cartoline, inviti, schedine del Totocalcio, foto di famiglia. Persino le lettere di una giovane al fidanzato prigioniero di guerra o il diario di un’adolescente disperata.

E poi c’è il talento di Spadaccini nel capire le storie di chi ha di fronte, scrutando i suoi libri e come sono conservati.

Emblematico il caso di un ex collega trafficante di libri, caduto in una sorta di perenne apatia, «come se l’aver passato gli anni decisivi nella vita di un uomo a raccogliere scarti altrui avesse trasformato lui stesso in uno scarto».

LE STORIE SONO OVUNQUE: NEI LIBRI, IN CHI LI HA COLLEZIONATI E PERSINO NEGLI OGGETTI DIMENTICATI TRA LE PAGINE

Emblematici anche i casi del signore con ventimila volumi sopra casa, nel senso che si è comprato l’appartamento soprastante la sua abitazione per metterci libri comprati senza leggerli («un monumento alla pigrizia e alla procrastinazione, una dichiarazione di amore e di fastidio») e quello di Enea, improvvisatosi svuotacantine per andare a caccia di monete antiche, finendo per accumulare di tutto, libri compresi, al punto da dover chiamare un libraio che poi scriverà un libro per raccontare questa e altre storie «di amore e fastidio».

Lorenzo Crola

Se sono mucche scozzesi, il filo spinato lo usano per grattarsi

L’incontro più memorabile fu nei pressi di loch Laggan, durante il viaggio di ritorno da un tour delle Highlands, a febbraio 2020.

Era una di quelle giornate nevose in cui le traversate delle Scozia, già normalmente magiche, diventavano semplicemente fatate.

Mi capitava spesso di condurre quei tour, che erano in realtà esperienze tra spazi sconfinati. Ore e ore di marcia tra natura, sparuti villaggi e qualche recinto, compresi quelli delle inconfondibili hairy coo, la più famosa razza bovina indigena, ben equipaggiata per quei rigidi climi.

Ricordo uno scenario incantato in cui quella volta ci fermammo per una sosta straordinaria, d’obbligo considerata la straordinarietà della scena.

Alcune di quelle mucche, in tutta la loro eleganza, si aggiravano tra ghiaccio e neve, incuranti delle intemperie.

Le mucche delle Highlands (ovvero degli “altipiani” scozzesi) sono proprio così: il gelo ha poco effetto su di loro. Si sono adattate con il loro lungo e folto pelo ai rigidi climi del nord Europa.

Oggi vengono allevate  persino in Alaska, oltre che in Australia, Sud America e, dalle nostre parti, in Trentino-Alto Adige, Veneto, Piemonte, Valle d’Aosta.

LA NECESSITà DI DIFENDERSI DA FREDDO E INSETTI HA CONFERITO ALLA RAZZA HAIRY COO UN FASCINO SENZA PARI

Hairy coo o mucche delle Highlands: chiamatele come preferite, sono sempre sinonimo di eleganza.

Quel pelo sempre scompigliato dall’immancabile vento scozzese le rende al tempo stesso tenere e forti, spettinate e dolcissime.

Ma non è appunto solo una questione di estetica: oltre a proteggerle dal freddo, il pelame (di varie tonalita, dal rossiccio al nero) serve anche a difenderle dagli insetti.  

Le  ampie corna, dette “a lira”, fanno desistere purtroppo dall’accarezzarle.

Eppure, complice il carattere mite, è forte la tentazione di andare a toccarle. Cosa che una volta vidi fare a un turista che voleva farsi fotografare vicino a uno di questi bovini, in un’insulsa prova di coraggio.

La mucca, decisamente più dotata quanto a intelligenza, si allontanò.

Un altro incontro ravvicinato mi capitò a Fort August, sulle rive di loch Ness, la tappa principale del tour.

NONOSTANTE IL CARATTERE MITE, è BENE RESISTERE ALLA TENZAZIONE DI ACCAREZZARLE. IL PROBLEMA è COSTITUITO DALLE AMPIE CORNA A LIRA

Qui una volta mi ero deciso a fotografarle. Dopo un lungo e infruttoso appostamento, le presi per fame: mi misi vicino nei dintorni della mangiatoia e aspettai che venissero a nutrirsi. In quell’occasione scoprii per altro che per loro il filo spinato è solo uno strumento per grattarsi.

A Kilmahog invece erano vere e proprie star: un paio di esemplari stavano in un recinto accanto alla caffetteria dove si fermavano quasi tutti i gruppi in tour. Penso fossero gli animali più fotografati al mondo. Impossibile resistere.

Lorenzo Crola

Un telegiornale annotato per quattro secoli nell’oratorio di S. Sebastiano ad Arborio

Alluvioni, guerre, epidemie. Sono le notizie che aprono un qualunque telegiornale odierno, ma anche i temi ricorrenti nell’oratorio di San Sebastiano ad Arborio, uno dei più famosi centri della pianura risicola vercellese.

In questa semplice ma affascinante cappella, dal ‘500 all’800 si sono accumulati circa centocinquanta messaggi incisi con disinvoltura sugli affreschi da visitatori, pellegrini e devoti.

Scrivendo notizie sugli abiti degli stessi santi a cui si rivolgevano in preghiera,  i nostri avi hanno voluto testimoniare le avversità con cui l’uomo da sempre si scontra nel tentativo di dominare la natura e i propri simili.

Mutano semmai le proporzioni: i cambiamenti climatici assumono scala globale, le guerre diventano mondiali, le epidemie evolvono in pandemie.

REALIZZATE AI DANNI DEGLI AFFRESCHI, LE INCISIONI DI QUESTA CAPPELLA SONO UN PATRIMONIO DI NOTIZIE RIGUARDANTI L’ETERNA LOTTA DELL’UOMO CON LA NATURA E I PROPRI SIMILI

Così, prima ancora del pregevole ciclo di affreschi interno, sono proprio le incisioni ad attirare l’attenzione, con il loro carico di pensieri, tormenti, messaggi di speranza e disperazione.

Sulle eleganti vesti di un San Sebastiano leggiamo che nel 1673 «è tanpestato dala terra in giu et ha portato via ogni cosa».

Qualche anno prima un tale G. Giletta, più incline a vedere il bicchiere mezzo pieno, scriveva soddisfatto «seminata dela avena» e «fatto bono proffitto».

Mentre nel 1654 «la Sesia ha menato via il castello». E pensare che poco più a nord di Arborio, tra Romagnano Sesia e Gattinara, si sta oggi allestendo un ponte provvisorio per rimediare al crollo della struttura divorata dallo stesso fiume un anno fa.

Anche i “graffitari” del passato parlano di costruzione di strade e ponti, così come della morte di notabili, del passaggio di truppe francesi, spagnole e tedesche, in un’epoca in cui la Pianura Padana era già un campo di scontri internazionali.

Nel ‘700 si parla anche di eclissi e comete («la stella di Mercurio con una scoa di foco»).

Ma finora abbiamo parlato solo dell’opera dei “vandali” del passato.

Le storie che questo oratorio è pronto a raccontarci, isolato all’ingresso sud del paese, sono anche quelle della passione e resurrezione di Cristo, attraverso un ciclo di affreschi tormentato anche dal punto di vista esecutivo.

I GRAFFITI SONO SOLO UNA DELLE FONTI DA ASCOLTARE IN QUESTA CAPPELLA. I CICLI PITTORICI SONO LÌ A RICORDARCI QUANTO FANTASIOSA PUÒ ESSERE LA MENTE DI UN TORTURATORE

Più mani si sono avvicendate in questa chiesa a partire dal ‘400, come testimoniano le visibili differenze stilistiche tra l’abside principale, le pareti dell’aula e un’ulteriore abside laterale (lato sud).

Non posso lasciare questo oratorio, però, senza parlarvi di S. Erasmo, martire del IV secolo che secondo una versione della sua leggenda sarebbe stato sottoposto all’asportazione dell’intestino: lo troviamo in un affresco decisamente più tardo rispetto al ciclo citato, con gli aguzzini che si occupano dell’asportazione delle sue interiora sistemandole con cura su un’apposita ruota.

Anche per questa volta, di storie ne abbiamo scoperte abbastanza.

Lorenzo Crola

Da Cipro alla Scozia, cronache di viaggi al Salone della Cultura

Con l’obiettivo di coinvolgere le varie comunità del libro, nello scorso fine settimana presso il Superstudio Maxi di Milano è andato in scena il Salone della Cultura.

A un mese dal Salone del Libro di Torino, è stato un altro sospirato ritorno per i bibliofili orfani da troppo tempo di quelle giornate immersi tra libri, segnalibri, editori, autori, stand, presentazioni, code (qui in verità quasi nessuna: lo spazio era assolutamente vivibile, si è solo fatta una veloce fila per mangiare, in un fornito e goloso punto ristoro).

TRA PICCOLI AUTORI, VOLUMI USATI E ANTICHI, L’EVENTO HA RESTITUITO AI BIBLIOFILI QUELLE GIORNATE SPENSIERATE IMMERSE NEI LIBRI

Mentre uscivo dalla metro, nell’anonimo e trafficato viale Famagosta pensavo a Cipro e alla sanguinosa presa di questa città, preludio della battaglia di Lepanto.

Poi ho finito per dedicare il pomeriggio alla scoperta di un’altra isola, o meglio di un arcipelago, Saint Kilda, al largo della “mia” Scozia.

SI PUÒ ORGANIZZARE UN EVENTO A MILANO SENZA UN DUOMO?

Queste remote isolette, sferzate da venti e piogge per circa 355 giorni all’anno, stanno a tre ore di navigazione dall’isola di Skye, l’avamposto civilizzato più vicino.

I suoi pochi abitanti rimasero a uno stadio di vita pressoché primitivo fino agli anni ’30 del secolo scorso, quando decisero di lasciare queste terre.

Una storia che ha incantato Eric Bulliard, giornalista svizzero che ha deciso di raccontarla nel romanzo “L’addio a Saint-Kilda”, edito dalla giovane e promettente casa editrice “21 lettere”.

Un piacevole aspetto del Salone della Cultura è stato proprio il primo percorso, dedicato ai piccoli editori, con i loro autori di punta sempre pronti per una chiacchierata, non solo sui loro libri.

IN UNA FIERA LIBRARIA PUOI TROVARTI NELLA FAMAGOSTA ASSEDIATA DAGLI OTTOMANI E UN ATTIMO DOPO VOLARE IN UN ARCIPELAGO disperso nell’atlantico

Presso Alessandro Polidoro Editore mi sono imbattuto, oltre che in una deliziosa collana di guide letterarie alle città europee, in un raro e particolarmente visionario romanzo di Jules Verne, “Dottor Ox”. Secondo voi ho potuto evitare di comprarlo?

PHILEAS FOGG INCONTRA “PAPÀ” JULES VERNE

Il settore adiacente era dedicato ai librai, con tavoli a perdita d’occhio colmi di volumi usati, ora ben organizzati ora alla rinfusa. Preferendo fare ricerche dai rivenditori più ordinati (anche per evitare il torcicollo causato dai continui tentativi di leggere i titoli nei banchetti più caotici), ho finito per limitarmi a questi acquisti:

  • “Il maestro di Vigevano”, di Lucio Mastronardi, perché è un romanzo ambientato nella bella e vicina Vigevano da un talentuoso ma non abbastanza conosciuto autore italiano del ‘900, un po’ mi sentivo in colpa a non averlo mai letto
  • “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini, perché mi sentivo in colpa a non aver mai letto nulla di Pasolini
  • “Apologia della storia o il mestiere di storico” di Marc Bloch, perché ho sentito troppe volte Alessandro Barbero raccontare la figura di Marc Bloch ed è giunto il momento di leggere direttamente un’opera dello storico che ha rivoluzionato il modo di fare storiografia
ACQUISTI FRESCHI, APPENA COLLOCATI NELLO SCAFFALE DELLE MIE NOVITÀ

Spero di aver scelto oculatamente. In ogni caso, anche se non dovessi dedicarmi subito alla lettura di questi volumi, ai sensi della legge di Roberto Calasso posso dire che è stato utile comprarli.

Almeno mi sono trattenuto dal fare acquisti nell’ultimo settore del Salone, dedicato ai libri rari e antichi. Qui semplicemente per ragioni di portafoglio.

E voi? Per quali autori/autrici/libri mai letti vi sentite in colpa?

Lorenzo Crola

Per consultare la legge di Roberto Calasso:

Per la cronaca dal Salone del Libro di Torino:

“Il borghese Pellegrino”, fatale fu l’incontro tra lingua e gastronomia

Pellegrino Artusi è stato non solo un insigne cultore di scienza gastronomica (per lui il mangiare era un affar serio), ma anche l’autore di una raccolta di ricette con relativi aneddoti che raggiunse una popolarità tale da aver contribuito alla diffusione della lingua italiana nell’800 (in questo ruolo, viene talora accostato ad Alessandro Manzoni).

Essendosi distinto nei campi della cucina e della lingua italiana, che rappresentano due delle mie maggiori passioni (almeno come consumatore), non potevo che essere affascinato dalla figura dell’Artusi.

MALVALDI METTE IN SCENA UNO DEI MAGGIORI CULTORI DI CUCINA (E LINGUA) ITALIANA IN UN GIALLO GUSTOSO, CHE SI AFFRONTA CON VORACITÀ FINO ALL’ULTIMA FORCHETTATA

È stato quindi inevitabile prendere in mano il romanzo ”Il borghese Pellegrino” quando ho scoperto che in questo giallo, pubblicato nel 2020, Marco Malvaldi aveva messo in scena  proprio il buon Pellegrino (per la seconda volta in realtà, dopo “Odore di chiuso”).  

È stato anche il titolo con cui mi sono deciso ad affrontare Malvaldi, come autore. Perché come oratore me lo ricordo in un incontro di qualche anno fa al “Salone del libro” di Torino accanto a Tomaso Montanari, in una irresistibile lezione parallela di chimica e storia dell’arte.

Non c’è che dire: la lettura del “Borghese pellegrino” è stata gustosa, come un piatto che all’inizio devi assaggiare per prendere confidenza e poi, una volta abituato il palato, continui a consumare con sempre maggior voracità fino all’ultima forchettata.

Ammetto che quando ho preso in mano il libro, attratto appunto dalla figura dell’Artusi, nemmeno sapevo che si trattava di un giallo. Come garanzia mi bastava l’inconfondibile formato Sellerio, sinonimo  di qualità.

Di Malvaldi mi ha colpito innanzitutto un linguaggio costellato da insolite (almeno per me) espressioni, credo attribuibili alla sua toscanità.

Per esempio, quando l’autore chiarisce di quale genere di romanzo si tratta, si rivolge direttamente al lettore assicurandogli che «nel volgere di qualche pagina qualcuna delle persone  che stai per conoscere tirerà il calzino».

‘Tirare il calzino’ per ‘morire’  mi risultava nuovo. L’ho trovato sul “Battaglia” (o meglio il “Grande dizionario della lingua italiana”), dove si cita Anton Maria Salvini, erudito del ‘700, secondo cui l’espressione è ispirata “dalle  convulsioni  che  fa  il  moriente”.

Altri invece la legano alla  pratica di seppellire i morti senza le scarpe, ma con i calzini appunto.

‘TIRARE IL CALZINO’ È UNA DELLE ESPRESSIONI CHE CARATTERIZZANO LA LINGUA DI MALVALDI. PER SPIEGARLA CI SONO TEORIE CHE RISALGONO AL ‘700

Tornando alla cucina, mi sono segnato anche questa frase: «Ogni cuoco dilettante gode come un papero nel potersi presentare a una nuova conoscenza con i suoi piatti». Finora pensavo che fossero i ricci gli animali specializzati nel godere.

Ho scoperto poi una parola nuova, o meglio un significato nuovo di una parola: ‘bottino’ nel senso di ‘cunicolo’. Secondo un personaggio del romanzo, ‘bottino’ sarebbe una forma italiana equivalente a ‘tunnel’, volendo evitare di usare l’anglismo, che finiamo sempre per pronunciare a modo nostro (d’altra parte, chi mai direbbe “il tannel del monte Bianco”?).

Lorenzo Crola

Ringrazio Fabrizio Merletti per aver messo a disposizione la sua “Piccola officina del libro” a Oleggio (Novara) come sfondo per le foto di questo articolo

Simulare il proprio funerale, per rivalutare la vita

Che senso ha la vita? Il giornalista-scrittore Gabriele Romagnoli ha voluto provare a rovesciare la domanda: che senso ha l’assenza di vita?

Per trovare delle risposte partendo da questo inedito punto di vista ha affrontato l’esperienza della morte «per capire se, pur attraverso una messinscena, la sensazione della fine aiuta ad afferrare qualcosa», come spiega l’autore “redivivo” nel primo capitolo di “Solo bagaglio a mano”.

LA KOREA LIFE CONSULTING OFFRE LA POSSIBILITÀ DI FINGERSI MORTI, ASSISTENDO ALLE PROPRIE ESEQUIE.
IL GIORNALISTA GABRIELE ROMAGNOLI HA VOLUTO AFFRONTARE (E RACCONTARE) QUESTA ESPERIENZA

In questa raccolta di riflessioni, recentemente pubblicata da Feltrinelli, Romagnoli ha raccontato la sua decisione di sottoporsi a un finto rito in Corea del Sud, dove la Korea Life Consulting offre la possibilità di simulare il proprio funerale (allo scopo, pare, di arginare la piaga dei suicidi).

Chiusi in una bara non si può che viaggiare con la mente. Inizia così un viaggio alla ricerca di ciò che è indispensabile portarsi dietro nella vita.

Dobbiamo imparare a confezionare un bagaglio a mano ideale, comprendente solo ciò che ci è necessario e sufficiente per affrontare il lungo viaggio chiamato esistenza.

Anche se poi, all’appuntamento con la morte, nulla potremo portarci dietro. Nemmeno un trolley. Lo rammenta l’abito consegnato ai “candidati” del finto rito coreano: un abito senza tasche, «perché senza nulla sei venuto e senza nulla te ne andrai» (come per altro si dice anche a Napoli).

“SOLO BAGAGLIO A MANO” È UN LIBRO DI RIFLESSIONI CHE VANNO OLTRE IL CLASSICO “SENSO DELLA VITA”

Una conclusione a cui arriva Romagnoli è racchiusa nella massima «grande viaggiatore, piccolo bagaglio»: l’esperienza insegna l’arte di togliere, di concentrarsi sul realmente necessario. E insegna a fare a meno anche di quello.

Un’altra riflessione chiave riguarda invece tutto ciò che non hai fatto per via di quelle “sliding doors” che ti si sono chiuse davanti, impedendoti forse di prendere il treno per l’occasione della tua vita.

COSTRETTO A VIAGGIARE CON LA MENTE, L’AUTORE PENSA ANCHE ALLE VITE CHE NON HA VISSUTO, FINENDO PER FORNIRCI UN SUO PERSONALE COMANDAMENTO

Era meglio prenderlo o perderlo? Ci rimugini continuamente e così «le vite che non hai vissuto hanno vissuto te», nel senso che tornano continuamente nei tuoi pensieri, nel bene o nel male, magari modellando scelte successive, magari impedendoti di scegliere liberamente.

Romagnoli ne trae un comandamento: «Non avrai altra vita all’infuori di questa, fattene una ragione e ringrazia».

Lorenzo Crola

Monumentale Walter Scott

Una volta, parlando dei monumenti di Edimburgo, mi scappò di chiamare “Scotch monument” la tenebrosa struttura neogotica che si staglia lungo la luccicante Prince’s street.

Un mega omaggio alla bevanda nazionale nel cuore della capitale scozzese ancora non è stato pensato, rimane solo un mio fantasioso lapsus.

Invece da quasi due secoli uno dei monumenti simbolo di Edimburgo è lo Scott monument, eretto in omaggio al poeta e romanziere che ha immaginato, descritto, raccontato la Scozia come nessun altro.

Una mega guglia neogotica omaggia l’autore che, con i suoi romanzi, ha creato il mito della Scozia

Se questo paese (anche per noi italiani) rappresenta un mito, in gran parte la “colpa” è di Sir Walter Scott, degli eroi di cui ha narrato le gesta, dei paesaggi e delle tradizioni che ha descritto.

Tutti avrete in mente perlomeno il suo “Ivanhoe”, anche se, tra i tanti suoi romanzi, questo è il titolo di un’opera con cui Scott volle andare oltre la Scozia, narrando una storia del medioevo inglese.

La super guglia è alta circa 200 piedi (ok, vi faccio l’equivalenza per questa volta: 61 m, ma dovete abituarvi alle u.m. locali). Si iniziò a pensare a un monumento a Walter Scott subito dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1832, e si arrivò all’inaugurazione nel 1846, anche grazie a una sottoscrizione pubblica.

Pare che il suo progettista, George Meikle Kemp, si sia ispirato all’abbazia di Melrose, o meglio alle rovine di Melrose che tanto ispirarono lo stesso Scott (e sono state meta della mia ultimissima gita scozzese, prima della serrata causa covid e del mio inopinato rientro in Italia dopo aver vissuto lassù per un anno; a suo tempo ve ne parlerò).

Una struttura ricca e austera, fiammeggiante e tenebrosa. Come tutta Edimburgo

Sotto questa ricca ma anche austera copertura si trova la scultura in marmo che raffigura Sir Scott in compagnia della cagnetta Maida. Ci sono poi le statue di una sessantina di personaggi creati dal nostro autore e quelle di 16 altri poeti e protagonisti della storia scozzese.  Ebbi occasione di ammirare tutto ciò quando mi decisi ad affrontare la scalata del monumento (287 scalini).

Soltanto salendo si ha modo di apprezzare appieno questo monumento, anche se pure da terra, con Scott e Maida sovrastati dall’immensa mole neogotica, ha il suo effetto. Un po’ magico e un po’ cupo, come tutta Edimburgo.

SALENDO SUL MONUMENTO SI PUÒ AMMIRARE LA “OLD TOWN” CON LE MONTAGNE ALLE SPALLE.
È L’UNICO CASO IN CUI MI È CAPITATO DI VEDERLA CON QUESTO SFONDO
LA VISTA VERSO PRINCE’S STREET
LA VISTA VERSO IL BALMORAL HOTEL

Lo Scott Monument mi è sempre parso anche un grande omaggio alla letteratura, perché riconosce a uno scrittore un ruolo chiave nella storia di un Paese e nella formazione della sua cultura. È un po’ come se a Milano in piazza Duomo ci fosse la statua di Manzoni, anziché quella di Vittorio Emanuele II.

Lorenzo Crola

San Bernardo delle forche, un oratorio da sfogliare

L’oratorio di San Bernardo delle forche si trova su un’altura da cui si gode di una bella vista sulla bella Mondovì. Un tempo però era da Mondovì che si guardava verso quella cappella in collina, meditando su ciò che vi avveniva. Impiccagioni.

Oggi San Bernardo delle forche è diventato uno dei tanti oratori chiusi e impolverati sparsi per il Cuneese, pronti a raccontare storie su storie, se solo li si vuole sfogliare.

Un crocifisso ornato da un rombo di ragnatele, una candela che ha ceduto sotto il suo stesso peso. Tutto sembra testimoniare che quassù si viene ormai raramente a pregare. Eppure un ciclo di affreschi di seicento anni fa continua a insegnarci come farlo correttamente.

LA CAPPELLA SORGE SU UN’ALTURA UN TEMPO DEDICATA ALLE IMPICCAGIONI. LE SUE STORIE RIAFFIORANO ANCHE ATTRAVERSO LE INCISIONI CHE “IMBRATTANO” GLI AFFRESCHI

Un monaco sta pregando: dalla sua bocca si dipartono raggi che vanno a toccare le piaghe di Cristo. È la buona preghiera.  

Anche un laico sta pregando. Le mani sono ipocritamente giunte, ma il pensiero corre ai possedimenti terreni. E così i raggi tradiscono la distrazione: vanno ovunque fuorché verso Cristo. È la cattiva preghiera.

Storie su storie sono anche quelle che possiamo leggere se ci soffermiamo a osservare le incisioni che costellano gli affreschi: croci, stemmi, date, simboli misteriosi, invocazioni, diavoli, impiccati.

Incisioni che oggi costituirebbero una grave violazione del Codice dei beni culturali, ma che un tempo si eseguivano con naturalezza per testimoniare un passaggio, rivolgere una supplica, comunicare un messaggio ai posteri (anche a noi, che li stiamo osservando).  

Storie su storie sono poi quelle del vescovo con una mano che regge una testa (San Grato, che secondo la leggenda ritrovò il capo del Battista), la bella composizione con nonna, figlia e nipotino (S. Anna, Maria e Gesù) e un’altra rarità: ai piedi di una crocifissione un diavolo sta tirando per i piedi un defunto, cercando di portarselo all’inferno.

TRA LE RARITÀ DIPINTE IN QUESTA CAPPELLA, GLI AMMONIMENTI RIGUARDO LA CATTIVA PREGHIERA E UNA SCENA IN CUI UN DIAVOLO CONTENDE UN’ANIMA A CRISTO

La Vergine invece intercede a favore di quest’anima, mostrando al figlio il seno scoperto. Intanto Cristo stacca la mano destra dalla croce e offre il suo sangue chiedendo a Dio Padre di accogliere la richiesta di Maria, la propria madre. Dio risponde che a un simile intercessore non potrebbe mai negare nulla.

Chiudiamo la porta e poi il cancello. L’oratorio torna a custodire le sue storie. Chissà quando qualcuno tornerà a sfogliarlo.   

Lorenzo Crola

Un giorno al Salone dei balocchi

Stazione di Torino Porta Nuova, regionale veloce per Milano Centrale. Una signora seduta in un’affollata carrozza esclama: «E poi dicono che gli italiani non leggono».

Intorno a lei, gente intenta a gustarsi il bottino della giornata, estratto da borse griffate Treccani, Adelphi, Einaudi.

Non è il convoglio per il paese dei balocchi culturali, ma semplicemente uno dei treni che riportano a casa i visitatori del Salone del libro, evento che la scorsa settimana è tornato finalmente ad accogliere editori, scrittori, lettori e quadrupedi (ecco, chi porta il cane e lo costringe tutto il giorno a migrare da uno stand all’altro proprio non lo capisco).

AL TANTO ATTESO RITORNO, L’EVENTO SI È PRESENTATO IN UNA VERSIONE PIÙ VIVIBILE E ALL’ALTEZZA DELLE ASPETTATIVE. CON I PROBLEMI DI SEMPRE

VUOI NON FERMARTI A FARE UNA FOTO ALLA TORRE LIBRARIA?

Se siete tra quelli che giudicano le città in base al numero (e alla qualità) delle librerie, mi potete capire: anche per voi andare a Torino per il Salone sarà come raggiungere il paradiso per un giorno.

Per chi normalmente non riesce a resistere nemmeno alla più scalcinata bancarella, è un’occasione ghiotta potersi tuffare tra centinaia di stand delle maggiori e (per fortuna) di tante minori case editrici, disposte fianco a fianco. 

STAND ED EVENTI DEI PICCOLI EDITORI SONO SEMPRE UNA MINIERA DI SORPRESE. I GRANDI GRUPPI PAIONO INVECE IN CRISI DI IDENTITÀ

E devo dire che sono proprio gli editori minori (e minimi) la vera sorpresa per chi cerca qualcosa di nuovo e interessante, con i loro mini stand dove un addetto sorridente e affabile è pronto a presentarti novità e cavalli di battaglia della propria impresa editoriale.

Perché in fondo entrare in un mega spazio come quello di Mondadori è un po’ come visitare una comune libreria di catena (complice il fatto che ormai molte sono appunto librerie Mondadori): l’interminabile saga fantasy, l’imperdibile ricettario in cima alle classifiche, le memorie del calciatore/del politico/della soubrette del momento…

ÀCQUA TRECCANI. PER ASSETATI DI CONOSCENZA

Curioso comunque notare che lo spazio Rizzoli oggi si trovi sotto la grande ala del Gruppo Mondadori. Si narra che Arnoldo Mondadori mandasse il portiere a prendere in prestito in edicola i periodici della rivale Rizzoli, pur di non comprarli (lo raccontava Luca Formenton Macola sulla “Domenica” del “Sole 24 Ore” del 3 ottobre scorso).

E che dire dell’area del gruppo Mauri Spagnol dove vanno a confondersi (e perdere così la loro identità) storici marchi come Garzanti e Longanesi?

CON TUTTI GLI STIMOLI CHE OFFRE UNA GIORNATA AL SALONE DEL LIBRO, L’ESPERIENZA DURA IN REALTÀ TUTTO L’ANNO

Insomma, gioie e dolori di sempre. Questo Salone mi è comunque sembrato un po’ più vivibile del solito, in termini di organizzazione degli spazi e affollamento. Certo rimane il disagio di dover mangiare seduti sull’asfalto.

E il sito per prenotare gli eventi a me è risultato un po’ legnoso, così ho desistito e ho deciso di optare per incontri ad accesso libero, come la presentazione di “Tradurre l’errore” di Franco Nasi (edito dalla “piccola” Quodlibet, appunto). Mi aveva attratto per il titolo ed è stato assolutamente all’altezza delle aspettative.

FORTUNA CHE L’ANNO DANTESCO È QUASI FINITO. SENNÒ, A COS’ALTRO SAREMMO ARRIVATI?

Considerato che le prenotazioni di alcuni eventi aprivano sei ore prima dell’inizio… chissà se qualcuno si è veramente alzato alle 5 per assicurarsi un posto all’incontro con l’autore di grido.

A fine giornata torno a casa, come sempre, col mio carico di libri, segnalibri, cataloghi, brochure, cartoline, spille, matite. Un bagaglio grazie al quale l’esperienza al Salone proseguirà in realtà per tutto l’anno (molte pubblicazioni interessanti le scopro sfogliando appunto i cataloghi).

In realtà, calcolando che dall’anno prossimo il Salone dovrebbe tornare a tenersi a maggio (come è sempre stato), mancano solo sei mesi alla prossima edizione. Pensandoci bene, non sarebbe poi male se diventasse un evento semestrale.

Lorenzo Crola

P.S. Scusate per la qualità delle foto, peggiore del solito. La macchina fotografica stavolta proprio non entrava nello zaino 😀

Il primo evento dedicato a phileasfogg2020.com

A un anno dalla nascita di questo blog, ho il piacere di annunciarvi il primo evento dedicato al progetto phileasfogg2020.com.

Si intitola “Storie dipinte del Piemonte” ed è stato organizzato grazie alla sensibilità culturale della Pro Loco di Oleggio (Novara). L’associazione ha voluto dedicare una serata ai cicli affrescati che impreziosiscono chiese e oratori romanici del Piemonte, riprendendo alcuni itinerari che ho trattato nella sezione “In viaggio” del sito.

In questo modo è nata l’iniziativa che si terrà venerdì 1° ottobre 2021, alle ore 21, in una meravigliosa e quanto mai adeguata cornice, ovvero la romanica basilica di S. Michele, nel cimitero della stessa Oleggio.

Si parlerà delle “storie dipinte” che ho ammirato, fotografato e poi descritto in alcuni articoli del blog: da una parte vite di santi e altri aspetti del culto cristiano tra medioevo e prima età moderna, dall’altra la vita quotidiana e le tradizioni che hanno caratterizzato le terre piemontesi.

Interverrà anche Jacopo Colombo, responsabile del Museo Civico “C. G. Fanchini” di Oleggio, per trattare di alcuni siti locali attinenti al tema dell’incontro.

Ringrazio la Pro Loco di Oleggio e tutti gli enti e le associazioni coinvolte (Comune e Museo Civico di Oleggio, Associazione culturale “Stella Alpina”) per aver dato l’opportunità a phileasfogg2020.com di sbarcare nel mondo “reale”.

Trovate nella locandina tutte le informazioni per partecipare. Vi aspetto 🙂

Lorenzo