San Michele aveva un drago

Per la seconda galleria iconografica di phileasfogg2020.com non potevo che scegliere il tema di San Michele Arcangelo, che è stato al centro dell’ultimo evento dal vivo collegato al blog (ve l’ho presentato qui).

Parto quindi con le tre opere che ho presentato durante quella serata, iniziando con il primo San Michele che mi è venuto in mente quando mi è stato proposto di approfondire questa figura: parlo del raffinatissimo affresco di Dux Aymo, nella cappella di Santa Maria di Missione a Villafranca Piemonte. Un posto talmente speciale, nella sua bellezza e nel suo isolamento, che è subito entrato tra i miei luoghi del cuore.

A voi San Michele e i suoi diabolici/mostruosi avversari (quando sono sopravvissuti). Per gli approfondimenti sulle singole opere, vale quanto esposto nella prima galleria di questa sezione del sito.

Sentitevi liberi di aggiungere qualunque informazione vogliate condividere su questo tema o le vostre preferenze artistiche.

CAPPELLA DI S. MARIA DI MISSIONE, VILLAFRANCA PIEMONTE (TORINO)
PIEVE DI S. PIETRO, PIANEZZA (TORINO)
CAPPELLA DI SAN MICHELE, MARSEILLER, FRAZ. DI VERRAYES (VALLE D’AOSTA)

Un San Michele che insegna a combattere senza violenza

Un edificio passato attraverso molteplici interventi costruttivi è come un libro da sfogliare.

A saperli leggere, anche i muri hanno le loro storie da raccontare.

Se ci mettessimo ad ascoltare la facciata della pieve di San Pietro a Pianezza (Torino), sentiremmo parlare di come si sono avvicendati tratti romanici e gotici, i mattoni e le pietre, una finestrella a croce e un rosone.

MATTONI, FINESTRE, COLORI: NELLA PIEVE DI S. PIETRO, A PIANEZZA, OGNI DETTAGLIO HA UNA STORIA DA RACCONTARE

Tramontata la luminosa stagione medievale, la pieve di S. Pietro vede progressivamente postarsi il centro spirituale di Pianezza e cade inesorabilmente nell’oblio.

Riadattata a deposito per mezzi agricoli, deve aspettare l’800 per essere riscoperta e il secolo successivo per essere sottoposta a restauri completi.

Oggi la pieve risplende di nuovo, seppure un po’ nascosta, in una posizione a picco sul corso della Dora Riparia.  

«Lo splendore antico della pieve non è più visibile né immaginabile», nota Giovanni Adorno nel volumetto “Scoprire Pianezza. La Pieve di San Pietro”.

Ripensando alla meraviglia provata appena varcai la soglia, un paio d’anni fa, resto un po’ perplesso: quale inimmaginabile tripudio doveva essere in origine questo edificio?   

Fortunatamente tra i (molti) affreschi salvatisi ci sono i cicli della zona absidale, con opere di Giacomo Jaquerio e della sua scuola. Oggi mi limito a parlarvi di questi dipinti.

PERDENDOSI TRA I CICLI DI AFFRESCHI, SI RIMANE STUPITI PENSANDO CHE VEDIAMO SOLO UNA PARTE DELLO SPLENDORE ORIGINARIO

Appartenente a  una famiglia (di pittori) torinese, Jaquerio operò tra Piemonte, Valle d’Aosta e Svizzera, terre all’epoca in piena continuità culturale.

Il suo è un nome che meriterebbe di essere ricordato tra i grandi maestri del ‘400.

Molto impegnato, non a caso, per la corte sabauda, Jaquerio trovò il tempo anche per Pianezza, forse grazie all’influenza della potente famiglia Provana.

Sulla presenza di Jaquerio nel cantiere del presbiterio gli studiosi sono ormai concordi, considerata l’altissima abilità pittorica che caratterizza scene come la crocifissione, sulla parete di fondo.

Giochi di luce e ombra esaltano la drammaticità della morte di Cristo, tra un fiotto di sangue che sgorga dal costato e un velo dall’impalpabile trasparenza.

LA CROCIFISSIONE RICAVATA DA JAQUERIO IN UN ANGUSTO SPAZIO TRA DUE FINESTRE

Da maestro è l’idea di rimediare alla ristrettezza dello spazio a disposizione, causata dalla presenza di due finestre, ponendo negli sguinci le figure della Madonna e di San Giovanni evangelista.

Una soluzione che fa di necessità virtù, perché in questo modo la scena supera i rigidi spazi dei riquadri e prende una dinamicità che rende ancor più immediato il nostro immedesimarci in Maria e Giovanni, assorti sotto la croce in un dolore così umano e così senza tempo.

TRA LE OPERE SALVATESI DAL PERIODO DI OBLIO: UN SAN MICHELE «DI INDICIBILE BELLEZZA», UNA MISTERIOSA SANTA MARTIRE E UNA CROCIFISSIONE “FUORI DAGLI SCHEMI”

I tratti estremamente raffinati hanno portato ad attribuire a Giacomo Jaquerio anche un’affascinante e misteriosa Santa martire e il San Michele che l’Adorno definisce «di una dolcezza indicibile».

Proprio quest’ultimo affresco mi ha portato a inserire Pianezza nell’itinerario micaelico della serata dello scorso 1° ottobre (ve ne ho parlato qui).

In questo San Michele la bellezza, esaltata da una cotta di maglia finemente dettagliata, si accompagna alla compostezza mantenuta dall’arcagelo mentre sta lottando contro il demonio (che doveva essere ritratto in basso).

Più che con la violenza di un implacabile combattente, questa sopraffazione sembra avvenire con la levità di un’operazione chirurgica.

Il nostro percorso sulle orme di San Michele ci ha così portati dall’aperta campagna di S. Maria di Missione a Villafranca Piemonte (vedi il primo articolo scaturito dalla serata del 1° ottobre) verso il circondario cittadino, dove si trova Pianezza, in attesa di salire verso le alture valdostane per l’ultima puntata della serie.

Lorenzo Crola

[2 – continua]

La chiamavano Trinità

Tutto è partito da un oratorio dedicato alla Ss. Trinità, a Momo, il paese del Novarese dove risiedo da una trentina d’anni.

Ho frequentato questo luogo così speciale fin da bambino, con occhi che col tempo sono diventati sempre più interessati alla sua storia e al tesoro artistico che custodisce.

La “mia” Trinità ha finito per accendere in me una specifica passione per l’affresco.

Così ho deciso di partire proprio dal tema della Trinità per proporre ai lettori di phileasfogg2020.com una serie di nuovi articoli “aperti” in cui raccoglierò tutte le foto di determinati soggetti artistici, via via che i miei percorsi mi porteranno a incontrarne nuove raffigurazioni.

Nei secoli artisti e teologi si sono sforzati di immaginare delle rappresentazioni efficaci del complesso dogma della Ss. Trinità, che distingue il Cristianesimo dagli altri grandi monoteismi. L’esito è stato spesso sorprendente.

Ve ne offro una carrellata che arricchirò ogni in volta che mi imbatterò in una “nuova” Trinità. Per aprire la rassegna non posso che partire da Momo…

N.B. Nell’impossibilità di rendere conto del dibattito su attribuzione e datazione di ogni opera (in questi oratori spesso è difficile capire chi ha dipinto e quando), indicherò soltanto il sito. Lascio ai lettori più interessati il compito di approfondire la storia di ogni Trinità (ogni contributo nei commenti è sempre ben accetto).

Lorenzo

PALAZZO MADAMA, TORINO
Mostra “Il Rinascimento europeo di Antoine de Lonhy”
ARMENO (NOVARA)
Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta
BENNA (BIELLA)
Chiesa parrochiale di San Pietro

Scusi, per Dux Aymo per dove dobbiamo andare?

Villafranca era un toponimo abbastanza alla moda nel Medioevo. In Italia ci sono ancora sette località che portano questo nome.

Quella di cui vi parlo in questo articolo viene definita dal suo sindaco  «una piccola Venezia», in un’intervista disponibile su Youtube (quante piccolevenezie ci saranno al mondo?).

SEGUENDO L’ACQUA DELLA ROGGIA BEALERA SI GIUNGE A UNA CAPPELLA LETTERALMENTE NASCOSTA TRA I CAMPI DI MAIS: ECCO S. MARIA DI MISSIONE

Siamo in un lembo di pianura Padana stretto tra Po e Pellice, ma l’acqua che seguiamo oggi è quella della roggia Bealera Grossa.

Attraversato un ponticello sulla Bealera, si inizia ad avvistare un esile campanile nascosto tra i campi di mais.

LA CAPPELLA DI S. MARIA DI MISSIONE A VILLAFRANCA PIEMONTE (TORINO)

Se la sacra di San Michele si avvista da distanze siderali, per trovare il sito di S. Maria di Missione è stato necessario girare per cascine alla ricerca di informazioni.

Le faticose ricerche vengono del tutto ripagate quando si scopre che la semplicità esterna della cappella nasconde a sua volta un ciclo di affreschi di un maestro tra i più originali e talentuosi del ‘400 piemontese, Dux Aymo (o Aimone Duce).

QUESTO ANGOLO NASCOSTO DI PIEMONTE CUSTODISCE STORIE DIPINTE DA UNO DEI PIÙ ORIGINALI E TALENTUOSI MAESTRI DEL ‘400 PIEMONTESE, DUX AYMO

Sono poche le notizie su Dux Aymo. Sappiamo che la famiglia era originaria di Pavia, ma lui fece fortuna in Piemonte, dove diventò pittore di fiducia del principe Ludovico di Acaia.

Fa riflettere il fatto che questi affreschi di Villafranca possono essere ricollegati con certezza a questo artista grazie a vecchie foto scattate quando ancora era ben leggibile la firma lasciata sull’episodio dell’Annunciazione, tra un rivo e un ponticello che potrebbero riprodurre l’ambiente circostante.

In questi casi mi rendo conto di quanto sia importante girare per luoghi dimenticati e trascurati documentando lo stato di fatto, anche semplicemente con un telefonino.

Ci penso ogni volta che torno in un luogo già visitato e noto quanto esso sia mutato (a volte in meglio, spesso purtroppo in peggio: ed è amaro verificare che alle foto non sfugge ciò che abbiamo perso).

La cappella di S. Maria di Missione all’interno è una semplice navata unica, divisa in due campate: una completamente bianca, l’altra completamente dipinta.  

Il ciclo di affreschi di Aimone Duce sulla parete di fondo presenta S. Lucia e S. Alessandro (ai lati), una annunciazione (sopra) e un compianto sul Cristo morto (al centro).

Quest’ultimo (proprio il corpo di Cristo) è in parte coperto dal tabernacolo di un altare posticcio, per fortuna rimovibile, anche se io non ho osato toccarlo (a volte mi permetto di spostare vasi o candelabri che intralciano le foto, ma ecco… toccare un tabernacolo… non me la sono sentita).  

AL CENTRO DELL’EPISODIO CENTRALE SPICCA IL TOCCANTE BACIO DELLA MADDALENA AL CRISTO MORTO, MA OGNI DETTAGLIO DELLA SCENA COMUNICA UNA SENSAZIONE DI INDICIBILE DOLORE

A toccare il cuore in questa scena è la Maddalena dai lunghi capelli ramati che bacia la mano di Cristo mentre le scendono copiose lagrime.  

Eppure il dolore è disseminato ovunque: nei volti, nei gesti delle mani, nel manto violaceo che pietosamente vela il pianto di una donna.

Turbanti ed elaborate acconciature femminili parlano del gusto di un’epoca e degli influssi culturali internazionali che si respiravano da queste parti.

Dopo aver ammirato i due estremi della parabola terrena di Cristo, volgendo lo sguardo a sinistra vediamo avanzare la processione delle virtù e dei vizi, impersonati da figure femminili affiancate, nel caso dei vizi, da demoni mostruosi e animali che simboleggiavano (agli occhi di chi ha ideato questo ciclo) le colpe rappresentate.

Come Dux Aymo deve essersi divertito a creare dettagli peccaminosi, lascio a voi il compito di sbizzarrirvi nel riconoscere i vizi delle foto qui sopra.


La fascia inferiore di questa parete è occupata da una serie di santi che definirei semplicemente uno più bello dell’altro.

Emerge (letteralmente) l’uso dei rilievi in stucco per dare una raffinata tridimensionalità alle figure, apprezzabile in particolare nella virtuosistica cintura indossata da San Costanzo.

Concludo questa galleria con il mirabile San Michele Arcangelo che è stato al centro della recente serata dedicata appunto al tema “San Michele tra Piemonte e Valle d’Aosta”.

Con questo articolo inizia una serie di tre puntate dedicate a chi ha perso l’evento o vuole approfondire i temi che vi erano stati trattati.

A presto dunque, con altri due itinerari sulle orme di San Michele.

Lorenzo Crola

[1 – continua]

Nuovo evento (micaelico) dedicato agli itinerari di phileasfogg2020.com

Dopo il positivo (se non entusiasmante!) riscontro ottenuto un anno fa con l’evento “Storie dipinte del Piemonte”, phileasfogg2020.com sbarca di nuovo nel mondo reale con una serata alla scoperta di alcuni oratori affrescati, come quelli che spesso vi racconto nella sezione “In viaggio” del blog.

Questa volta però ci spingeremo anche in Valle d’Aosta.

Inoltre cambiera anche un po’ la formula. Anziché parlare di luoghi già trattati in articoli usciti su questo sito, avverrà il contrario: sarà anticipata la presentazione di posti che finiranno poi tra i racconti della pagina “In viaggio”.

UN GRAZIE PARTICOLARE A LUCA BETTI PER LA LOCANDINA

Saremo nell’affascinante cornice della basilica romanica di San Michele di Oleggio (Novara), a pochi giorni dalla ricorrenza di San Michele. E parleremo di… San Michele!

Già, perchè questa volta con la Pro loco di Oleggio, che organizza la serata, si è pensato di scegliere questa affascinante figura come guida per selezionare le chiese da trattare.

Con l’ausilio della proiezione di fotografie, saranno illustrate alcune rappresentazioni affrescate dell’Arcangelo, approfondendone il particolare valore storico, artistico e devozionale, con un occhio al sito in cui si trovano.

Insomma, i più bei San Michele del Piemonte e dove trovarli!

Con me interverrà Jacopo Colombo, responsabile del Museo Civico “C. G. Fanchini” di Oleggio.

L’appuntamento è per sabato 8 ottobre 2022 alle ore 21 presso la basilica di S. Michele, nel cimitero di Oleggio (Novara).

L’evento, organizzato con il patrocinio del Comune di Oleggio e del Museo Civico di Oleggio e la collaborazione dell’Associazione culturale Stella Alpina, è a ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria  presso il Museo Civico di Oleggio: tel. 0321-91429, email museocivico@comune.oleggio.no.it

Vi aspetto!

Lorenzo

Abbiamo bisogno di qualcuno che ci renda folli, anche solo rubandoci del legname?

Le 450 pagine sono fluite come un impetuoso torrente di montagna, in meno di una settimana di quest’arida estate.

“Il duca” di Matteo Melchiorre ha iniziato a incuriosirmi per via di una “non-recensione” di Marcello Fois su “Tuttolibri” della “Stampa” (uso ancora gli inserti librari/culturali per scoprire le più accattivanti novità letterarie: ho già raccontato la mia passione per la “Domenica” del “Sole 24 Ore” nell’articolo sulle “Sette brevi lezioni di fisca” di Carlo Rovelli).  

LA “NON-RECENSIONE” DI MARCELLO FOIS SU “TUTTOLIBRI” DEL 9 LUGLIO 2022.
L’ARTICOLO È SOPRATTUTTO UNA RISPOSTA A CHI HA DEFINITO «UN UNICUM» IL ROMANZO DI MELCHIORRE PUNTANDO «SULLO STRAORDINARIO E SULLO SPOT»

Quando ho trovato “Il duca” tra le novità Einaudi in libreria, pur trovandomi già impegnato in molti propositi estivi di lettura, non  ho potuto resistere all’impulso di acquistarlo.

E lui si è impossessato di me, finché non l’ho finito.

A monopolizzare l’attenzione è proprio il nobile da cui il romanzo prende il titolo, ultimo esponente di una temuta dinastia comitale, popolarmente assurta al rango ducale.

IL DUCA CHE DÀ IL TITOLO AL ROMANZO È UNA MELA SOLITARIA SU UN ALBERO «LA CUI LINFA SI È DEL TUTTO ESAURITA». EPPURE UN PRESUNTO FURTO DI LAGNAME RISVEGLIERÀ ANTICHI E INASPETTATI ISTINTI

Questa mela solitaria «sul ramo di un albero secolare la cui linfa si è del tutto esaurita» ha per regno villa Cimamonte, «inutile monumento di epoche sepolte» nell’amena Vallorgàna, piccola località montana in via di spopolamento.

Melchiorre disegna il paesaggio con tratto preciso e indefinito. Fin dalle prime pagine gli elementi naturali si delineano nella nostra immaginazione, ma al tempo stesso si apre una piccola sfida con l’autore per cercare di capire dove la sua mente abbia collocato queste località dai nomi immaginari.

Ci muoviamo tra monti, strade, a volte città, ma soprattutto nel bosco. Il bosco pronto a sostituirsi a un’umanità che sta abbandonando la vita in quota, come una sorta di «lava verde, viscosa e mortifera, destinata prima o poi a sommergere ogni cosa».

E così si pone il primo degli scomodi (ma attuali) interrogativi lanciati dal romanzo. Nelle comunità montane la natura che si riprende ciò che era suo può essere vista come una minaccia. Ciò significa che l’ambientalismo può avere dei limiti, posti dalle necessità e dalle attività umane?

IN UN PAESAGGIO PRECISO E INDEFINITO, LA COMUNITÀ DI VALLORGÀNA È UN BALUARDO CONTRO L’AVANZATA DEL BOSCO. IL CHE PONE DEGLI INTERROGATIVI SUI LIMITI DELL’AMBIENTALISMO

Ma c’è di peggio, o meglio di più complesso, su cui riflettere.

I personaggi sono così sottilmente dipinti nella loro interiorità (mantenendo anche qui pennellate non troppo definite: del protagonista non sappiamo nemmeno il nome) che è impossibile non sentirsi nei loro panni, non condividere le posizioni e i sentimenti, anche i peggiori. 

Così, pagina dopo pagina, scopriamo con imbarazzo che è impossibile non condividere certe risoluzioni (non sempre encomiabili) del protagonista, ispirate dall’emergere di un «pessimo istinto da padrone» quando si tratta di impuntarsi per una faccenda di presunto furto di legname.

LO SCAVO NEI PERSONAGGI È TALMENTE PROFONDO CHE NON RIUSCIAMO A NON IDENTIFICARCI IN LORO, ANCHE NEI MOMENTI PIÙ BASSI

Se viviamo con il duca i suoi sbalzi di umore e l’evoluzione delle sue intenzioni è grazie alla capacità di Matteo Melchiorre di materializzare il carattere dei personaggi, farceli immaginare nelle loro bassezze e ruvidità, come nel caso dell’antagonista, Mario Fastréda, un uomo che incontriamo per la prima volta al bar mentre sfoglia il giornale «con una grandiosità episcopale». E in quattro parole è già quasi delineato il tipo.

È proprio con Fastréda, «espertissimo a manovrare gli altrui sentimenti», che si apre la disputa sul legname che innerverà/innervosirà tutto il romanzo, apertosi con la descrizione di una lotta fra volatili che faceva pensare a una storia pacata, decadente e descrittiva.

Invece no. Arriva Fastréda, «capace come nient’altro di riempirmi di diavoli. Fastréda mi rendeva folle».

Così per tutto il libro cerchiamo di capire se per caso abbiamo tutti bisogno di una presenza così nella nostra vita.

Ci può essere d’aiuto qualcuno che ci smuova brutalmente dal torpore, dall’eremitaggio e dall’inerzia per condurci (suo malgrado) a capire meglio noi stessi e magari persino ad approdare a un nuovo equilibrio?

Mentre l’autore scava nei personaggi, il suo innominato protagonista si fa paleografo per scavare nell’archivio di famiglia, ma anche questa non sarà un’innocua ricerca sui propri avi.

Anzi, il duca finirà per essere intossicato da quelle carte, che lo porteranno anche a commettere una «straordinaria sciocchezza» (notare l’ossimorico accostamento di aggettivo e sostantivo, laddove un qualunque autore in cerca di “realismo linguistico” avrebbe usato cazzata).

Melchiorre riesce anche a riaprire e attualizzare un dibattito che ha attraversato i secoli ma sembrava oggi spento, quello della nobiltà d’animo/di sangue.

Se si tratta di difendere il legname dei Cimamonte, assistiamo al riemergere di antichi sentimenti padronali (feudali?) che portano il duca a confessare: «Mi sento nobile, e non perché ritenga di avere un animo nobile, ma per via di qualcosa che se non è il sangue è qualcosa di molto simile a esso, qualcosa che scorre dentro la mia persona e che in questi ultimi tempi, mio malgrado, scalpita e smania come non mai».

Chissà che in questo modo lo storico Melchiorre non ci faccia intravvedere come potessero svilupparsi sentimenti di questo tipo nel passato, quando nobili e potenti si sentivano qualcosa di diverso dalla plebe.  

Lorenzo Crola

_ QUIZ _

Vi ricordate in quale altro articolo vi ho parlato di un romanzo il cui protagonista non viene mai citato per nome? Qui la soluzione.

_ Glossarietto per leggere “Il duca” _

BOCIA è uno degli indizi che, ingaggiando la sfida con l’autore di cui ho parlato nell’articolo, mi hanno portato a collocare Vallorgàna nel Nord-Est d’Italia (oltre al fatto che il territorio è caratterizzato da foibe e dalla presenza delle foreste da cui si ricava il legno per i violini). Matteo Melchiorre parla del  «bòcia della Miranda»per indicare il nipote di quest’ultima, mandato alla ricerca di funghi. Bocia quindi vale ragazzino, bambino o in generale l’individuo più giovane in una famiglia o in gruppo sociale, specialmente una recluta nel corpo degli Alpini (chi a scuola non ha mai chiamato bocia i “primini”?). I dizionari confermano: voce dialettale/veneta, di etimologia incerta. C’è chi lo collega a boccia (nel senso di testa), chi all’espressione francese téte  de  boche (testa dura, di legno) diffusasi proprio in guerra, nel primo conflitto mondiale. E nel 1919 si ha la prima attestazione scritta di bocia nelle opere del poeta Piero Jahier.

CAVARSI UNA SPIZZA questa espressione viene usata da Matteo Melchiorre quando il duca si offre di finanziare la costruzione di una strada e il suo rivale Mario Fastréda interpreta questa mossa come un affronto, un modo per togliersi una soddisfazione nella loro interminabile lotta personale. Non ho trovato questo termine sui miei dizionari, tuttavia una semplice ricerca su internet mi ha fatto scoprire il “gorizionario”, dove ho trovato spiza (con una sola z invero) come equivalente di prurito (il che spiegherebbe bene l’espressione togliersi una spizza e poi il dialetto di Gorizia ci riporta nell’area linguistica del Nord-Est d’Italia, perfetto!).

TIRARE GIÙ DALLE SPESE è un’espressione popolare che vale, un po’ cinicamente, uccidere (una persona morta non costa più nulla…) o allontanare/licenziare una persona. Si usa anche per gli animali che si decide di abbattere: nel romanzo “Il duca” la troviamo quando a Vallorgàna si apre un dibattito da bar sulla necessità di «tirare tutti i lupi già dalle spese», al ricomparire di questa specie in paese.  

Dizionari consultati:

Zingarelli

● Deli

● Battaglia

https://dizionari.corriere.it/dizionario-modi-di-dire/S/spesa.shtml

https://gorizionario.wordpress.com/dizionario-lettera-s/

L’intervista sul progetto phileasfogg2020.com è ora disponibile su Facebook

Onda Novara TV il 19 luglio scorso ha dedicato una puntata della trasmissione “Bloc Notes” a phileasfogg2020.com

Con grande piacere, intervistato da Emanuela Fortuna ho avuto modo di raccontare il progetto che mi ha portato due anni fa alla creazione di questo blog e alcune delle direzioni in cui si è sviluppato (viaggi, libri, lingua italiana, Scozia).

Per tutte/i coloro che si fossero persi la trasmissione, comunico che è ora possibile vederla sulla pagina Facebook dell’emittente Onda Novara TV

Se darete un’occhiata alla puntata, fatemi sapere che cosa ne pensate. Il vostro riscontro è sempre prezioso!

Lorenzo

Ecco il link per vedere l’intervista:

https://www.facebook.com/radio.onda.novara.TV

Dante Graziosi, veterinario e galantuomo

Se un veterinario dovesse pubblicare oggi la propria autobiografia, potrebbe tranquillamente scegliere come titolo “Memorie di un medico dei cani (e/o dei gatti)”. Dante Graziosi amava invece definirsi “un medico degli animali”.

L’unico cane che compare nella sua raccolta di ricordi è la Kis, fedele compagna di quelle battute di caccia che, partendo alle prime luci del giorno, ispirano alcune delle pagine più poetiche del libro:

«Guardando lontano verso la pianura aperta si vedeva una bruma leggera che si levava da terra come una bambagia d’argento, mentre l’orizzonte prendeva i pallidi colori dell’opale per poi arrossire e fiammeggiare di lì a poco nel tripudio dell’alba».

Come molti mestieri, anche quello del veterinario nella seconda parte del ‘900 si è trasformato, o meglio ha iniziato a comprendere nuove strade, prima impensabili.

Per la maggior parte di noi, è un dottore da chiamare quando Fido o Fuffy stanno male, ma ai tempi (siamo negli anni ’30 del ‘900, in condotte di campagna come Oleggio e Borgolavezzaro, nel Novarese) cani e gatti dovevano arrangiarsi.

LE MEMORIE DI DANTE GRAZIOSI CI RACCONTANO UN MONDO E UNA PROFESSIONE CHE HANNO POI INTRAPRESO STRADE DEL TUTTO NUOVE, ALL’EPOCA IMPENSABILI

Il veterinario si chiamava per vacche, cavalli, pecore, asini. I sostegni dell’economia rurale. «Si può sbagliare a curare un cristiano ma gli animali no, gli animali devono guarire, non ci sono santi!».

Un territorio come quello di Oleggio, caratterizzato da tante piccole aziende zootecniche, vari salumifici e uno storico mercato del bestiame, è quindi una bella sfida per un veterinario esordiente.

«In tre mesi o guarisci dall’ulcera o muori» è il monito del decano dottor Anglesio a un giovane e malaticcio dottor Graziosi, che si ritrova a debuttare proprio al foro boario di Oleggio, dove i contratti ancora si concludevano con strette di mano, pacche sulle spalle e scambio di bigliettoni dal portafogli.

NELLE CASCINE DEL NOVARESE – TRA ANIMALI DA OPERARE IN STALLA E PROPOSTE “IRRICEVIBILI” DA GESTIRE – EMERGE IL VERO MESTIERE DI VETERINARIO, COSÌ DISTANTE DALL’ESPERIENZA ACCADEMICA

Vige una sola legge: sano, giusto e da galantuomo.  

Una legge semplice e ineludibile quando si tratta di rispondere alle richieste di “trasformare” carne di toro in tenero vitello o macellare una bestia malata, così come quando il nostro veterinario sarà chiamato a pronunciarsi sul caso di una cavalla che sarebbe stata venduta benché affetta da “vizio d’animo”. Il giudice istruttore era un certo Oscar Luigi Scalfaro.

NEL 1992, ANNO DELLA SCOMPARSA DELL’AUTORE, LA CASA EDITRICE INTERLINEA DI NOVARA HA RIPROPOSTO “UNA TOPOLINO AMARANTO” INAUGURANDO CON QUESTO TITOLO LE PROPRIE PUBBLICAZIONI

L’Università a Torino era un mondo ideale, le fattorie di Oleggio sono la realtà dove fare gavetta (senza darlo troppo a vedere), sporcarsi le mani, misurarsi e crescere.

E Dante Graziosi non idealizza, non ci esime dall’entrare nelle “viscere” del mestiere, a partire da una vacca che, dopo il parto, ha un prolasso totale dell’utero da «operare al lume di petrolio, sulla paglia marcia, con spifferi di vento che sibilano dai vetri rotti delle finestre, mentre fuori fioccano cialde di neve».

“UNA TOPOLINO AMARANTO” HA ISPIRATO UNO SCENEGGIATO RAI DEGLI ANNI ’80, GIRATO ANCHE A OLEGGIO, LA PRIMA CONDOTTA DI DANTE GRAZIOSI. LE IMMAGINI DI QUESTO ARTICOLO SONO FOTOGRAMMI TRATTI DALLA SERIE

La poesia campestre e le scorribande giù al Ticino a bordo della mitica Topolino amaranto (da cui il titolo) si alternano a pagine in cui è impossibile non partecipare all’ansia per le sorti di quelle bestie.

Iniziamo a renderci conto delle scabrosità del mestiere dal secondo capitolo dedicato al mattatoio, dove gli animali «sul piazzale d’ingresso si fermavano di botto, avevano sentito l’odore della morte», fino al caso del cavallo affetto da un impressionante dimagrimento a causa di una “semplice” carie scoperta durante un consulto.

Graziosi ci accompagna dalla cascine alla lotta partigiana tenendo costante un tono amichevole e familiare, come  l’ambiente in cui si svolgono i racconti. Sono storie che pare quasi di udire in stalla o al bar del paese.

CON UN TONO FAMILIARE COME L’AMBIENTE IN CUI SI SVOLGONO, LE STORIE DI GRAZIOSI CI RIPORTANO A UN AMBIENTE DOVE VIGE UNA SEMPLICE MA INELUDIBILE LEGGE: “SANO, GIUSTO E DA GALANTUOMO”

Uno stridente sottofondo è quello della dittatura e dei potentati locali che, nella loro cieca adesione al regime, finiscono per costringere il dottor Graziosi a spostarsi nella “bassa”, dove si crede di confinarlo.

Al contrario, anche da lì darà il suo contributo alla lotta partigiana, dettando messaggi per radio Londra: «Dovreste provare a sentirvi protagonisti della storia! C’è da mettersi a tremare».

Lorenzo Crola

NOVITÀ DA QUESTO ARTICOLO VI PROPONGO UNA SELEZIONE DI PAROLE O ESPRESSIONI PARTICOLARI (PER LA RARITÀ, L’OBSOLESCENZA O SEMPLICEMENTE PER LA LORO CURIOSITÀ) TRATTE DAL LIBRO PRESENTATO

Glossarietto per leggere “Una Topolino amaranto”

  • «il malcapitato intimorito slegò il mulo ed ubbidì, imprecando alla sorte che lo aveva fatto incocciare in un così strano personaggio» (cap. 2)

INCOCCIARE vocabolo che nel lessico marinaro indica l’atto di infilare un’estremità di un cavo in un anello, ma c’è anche un uso dalle dibattute origini dialettali che vale incontrare/incappare in qualcuno, oppure ostinarsi, incaponirsi

  • «la condotta di Oleggio era la prima della Provincia per l’educazione zootecnica degli allevatori, per i salumifici redditizi, per il settimanale mercato del bestiame: una lotteria di Tripoli, come allora si diceva, da non lasciarsi sfuggire» (cap. 2)

LOTTERIA DI TRIPOLI come sottolinea Graziosi, questo concorso era proverbiale all’epoca dei suoi ricordi di giovane veteriniario, negli anni ’30. Allora aggiudicarsi il primo premio alla lotteria di Tripoli era un sogno come oggi vincere al Superenalotto. Il sito www.lotteria-italia.it spiega che «nel 1933 si ha la prima lotteria in chiave moderna, abbinata ad una gara automobilistica: “La Lotteria di Tripoli” organizzata dall’Automobile Club di Tripoli. La Lotteria viene istituita circa vent’anni dopo l’occupazione italiana della Libia, e nel 1936 la sua gestione passa al servizio del Lotto del Ministero delle Finanze. Pertanto, la Lotteria di Tripoli rappresenta storicamente l’inizio dell’attuale sistema di lotterie nazionali a cadenza annuale gestita dallo Stato»

  • «La politica è un male oscuro che non ti lascia più (…) è uno strano spirocheta che ti gira nelle vene e non ci sono cure» (cap. 26)

SPIROCHETA è un genere di batteri dal corpo a spirale (la spirocheta pallida è nota come agente della sifilide). Graziosi, accennando alla propria esperienza politica (fu tra l’altro parlamentare italiano ed europeo nonché sottosegretario di vari governi), lo usa come sinonimo di una passione/morbo di cui diventa impossibile liberarsi, lasciando ambiguamente al lettore il compito di valutare se questo attaccamento non finisca per diventare una mania, un’ossessione, qualcosa di patologico

Dizionari consultati: Zingarelli, Battaglia, Deli

phileasfogg2020.com sbarca in TV

Onda Novara Tv, martedì 19 luglio, ore 20 (ma anche alle 23 e altre repliche seguiranno). Annotatevi l’appuntamento se volete assistere a una chiacchierata su questo blog: come (e dove) è nato, quali direzioni ha preso nei suoi primi due anni di attività e, più in generale, qual è il senso dell’operazione phileasfogg2020.com

Di tutto questo si parlerà nella trasmissione “Bloc notes, appunti in onda” di cui sarò ospite grazie al cortese invito della conduttrice Emanuela Fortuna.

Un invito per me molto importante, in quanto mi ha fatto pensare che ciò che finora ho raccontato su queste pagine virtuali può aver creato un po’ di curiosità.

Ed è anche un altro passo con cui il progetto phileasfogg2020.com amplia i suoi orizzonti, come accaduto in occasione del primo evento in presenza, di cui ho parlato qui (a proposito: a ottobre l’iniziativa si ripeterà, a suo tempo vi fornirò tutti i dettagli…).

Se vi trovate tra Piemonte e Lombardia, Onda Novara Tv potrebbe essere tra i canali che ricevete. A Momo, appena fuori Novara, si vede sul canale 80 (per altre frequenze vedi immagine allegata).

Altrimenti rimane la possibilità di seguire in live stream tramite il sito www.ondanovara.it

Allora per questa volta…. Buona visione!

Lorenzo

P.S. Fatemi sapere qui, nei commenti, se avete visto la trasmissione e cosa ne pensate 😉

Idee per una cenetta romantica a Novara. L’autogrill-ponte con vista sulla A4

Il posto più romantico per una cena a Novara è indubbiamente l’autogrill-ponte con vista sull’autostrada A4 Torino-Milano.

Dopo aver scelto tra i menu di un self service o di un fast food, potrete consumare il pasto godendovi il panorama sul viavai di autoveicoli.

Se proprio non riuscite a vedere il lato romantico di questa posizione sospesa (in fondo non sarà un po’ come cenare sulla torre di Alexanderplatz a Berlino o nell’Atomium di Bruxelles?), pensate alla sensazione di trovarvi in un’area di servizio all’americana stando in realtà nel bel mezzo della pianura risicola piemontese.

UN’ESPERIENZA DA STAZIONE DI SERVIZIO ALL’AMERICANA, NEL BEL MEZZO DELLA PIANURA RISICOLA PIEMONTESE

Se ancora non siete convinti, di sicuro sarà un’occasione per far gioire i bambini (o il bambino che c’è in voi).

In effetti ricordo che da piccolo, quando hamburgher&patatine erano targati Burghy, anche per me era un evento andare a mangiare in quello strano transatlantico ancorato all’autostrada.

Si prendeva apposta la A4 a Novara Est/Galliate per poi uscire a Novara Ovest (o viceversa) pur di avere accesso a quella luccicante postazione.

Potremmo iniziare con la retorica del “non c’era altro per divertirsi”. Non c’erano tutti questi supermercati, non c’erano i telefonini. Non c’erano tutti questi fast food, non c’era il Mac. Non c’era il covid. C’erano ancora le mezze stagioni.

PER I NOVARESI DA AREA DI SOSTA QUESTA STRUTTURA SI TRASFORMÒ IN UNA META PER GITE “FUORI PORTA”

Ma un po’ è vero. Da una parte, sicuramente c’erano meno attrazioni per fare qualcosa di speciale nel fine settimana, a meno di buttarsi su Milano. Dall’altra, credo che la mente di un bambino si entusiasmasse più facilmente rispetto a oggi.

E così anche andare dal Burghy sospeso sull’autostrada diventava qualcosa di elettrizzante. In questo senso, la realizzazione di questa appariscente area di servizio sicuramente fu un colpo di genio. Per altro proprio novarese.

PROPOSTE PER VIAGGIATORI
NATO COME LUOGO DI SOSTA E SPACCIO DEI BISCOTTI DELLE INDUSTRIE PAVESI, OGGI L’AUTOGRILL-PONTE PROPONE I TRADIZIONALI (E ARTIGIANALI) “BISCOTTINI DI NOVARA”
MA CHI SI COMPRERÀ IL CINGHIALE DI PELUCHE?

Oggi l’autogrill-ponte è gestito da Chef Express, in passato era effettivamente appartenuto alla catena Autogrill (ormai chiamiamo autogrill per antonomasia tutte le stazioni di servizio, anche se poi sono in mano ad altre aziende), ma era nato sotto l’insegna  Pavesi.

Ricordo ancora mia nonna che, lasciandomi un po’ perplesso, diceva “fermarsi alla Pavesi” per indicare la sosta in un’area di servizio.

FRUTTO DELLA VISIONARIETÀ DELL’IMPRENDITORE MARIO PAVESI, OGGI LA STRUTTURA ATTRAVERSA UNA NUOVA VITA (UN PO’ GRIGIA)

Tornando all’autogrill-ponte per la prima volta da adulto, mi sono soffermato a leggere i pannelli informativi per il viaggiatore curioso.

Nel 1947 nasce la prima area di sosta e ristoro per iniziativa del marchio Pavesi (sì, proprio quello dei biscotti “pavesini”). Il successo porta a pensare talmente in grande che l’unica possibilità è espandersi a scavalco dell’autostrada, creando una struttura che nel suo genere era «la più grande del mondo» (siamo nel 1962).

COM’ERA
COM’È

Questo strano mix di romanticismo, visionarietà e americanata nasce dall’incontro tra l’imprenditore novarese Mario Pavesi e l’architetto-pubblicitario Angelo Bianchetti che pensarono a un luogo di riposo per automobilisti, divenuto poi una metà in sé, specialmente per i novaresi.

Nella sua veste originale la struttura risultava forse più invitante rispetto allo scatolone grigio uscito dall’ultima ristrutturazione.

Lorenzo Crola