Gialappa, basta la parola

Avevo preso in mano “Il piatto piange”, romanzo di Piero Chiara, per continuare a scoprire il lago Maggiore attraverso uno dei suoi più appassionati narratori (e poi magari raccontarvi quest’opera nelle rubriche di viaggio e lettura del blog).

Ma una parola di questo libro ha finito per farmi scrivere qualcosa innanzitutto in questa rubrica linguistica.

In un paio di occasioni, Chiara cita quella che il vocabolario “Zingarelli” definisce «pianta erbacea messicana delle Convolvulacee […] le cui radici sono usate per dare una resina impiegata come purgante». La gialappa, insomma.

L’autore del romanzo ne parla a proposito di un farmacista che, forse per dispetto, «diede la gialappa a Garibaldi» quando l’Eroe dei due mondi si trovò a passare da Luino, sulla sponda lombarda del lago. Anziché “Qui dormì Garibaldi”, da quelle parti potrebbero forse posare una targa con scritto “Qui si purgò Garibaldi”.

DALLA LUINO DI PIERO CHIARA SI ARRIVA TRAMITE UN PURGANTE AL TRIO COMICO DEGLI “INVISIBILI”

Comunque, al di là dell’aneddoto storico, la domanda sorge spontanea per tutti noi abituati a passare serate su serate davanti alla tv negli anni ’90-primi 2000, quando ancora esistevano poche altre forme di intrattenimento casalingo. Ma come? Gialappa come la Gialappa’s Band?

Proprio così. Il trio comico degli “invisibili” (formato da Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci, di cui sentivamo solo le voci fuori campo) aveva scelto di prendere nome proprio da questa pianta, pare (come si legge in vecchie interviste ancora disponibili in rete) perché pensavano di avere lo stesso effetto della gialappa sul proprio pubblico.

Nel mio caso, invece, con le loro spassose rassegne del peggio del calcio a “Mai dire gol” erano riusciti a farmi seguire un po’ questo sport.  

Lorenzo Crola

Gettare o passare la spugna?

Di fronte a tutte le difficoltà che abbiamo dovuto affrontante durante il famigerato 2020, in molti siamo stati tentati di gettare la spugna. O di dare un colpo di spugna?

La parola chiave di oggi è proprio quella che il vocabolario Zingarelli definisce innanzitutto come “scheletro di alcuni Poriferi, costituito di una sostanza cornea, morbida, molto elastica, facilmente inzuppabile d’acqua”. La spugna.

Scorrendo la voce, lo “Zinga” ci rammenta che per esteso chiamiamo così anche quel “tessuto di cotone soffice e poroso, usato spec. per accappatoi da bagno e asciugamani”.

Un colpo di spugna può essere un buon rimedio per mettersi alle spalle qualcosa di spiacevole. Tipo il 2020

Allora pensiamo al titolare di un negozio di biancheria che, tra chiusure forzate e calo della clientela, non pensa di poter resistere oltre e cessa la propria attività. Possiamo dire che ha gettato la spugna. Si è arreso.  Come fanno i pugili, quando in segno di resa gettano in mezzo al ring ciò che usano per detergersi, che sia il derivato dei Poriferi o l’asciugamano (quanto doveva essere popolare la boxe in passato, se ha fornito modi dire alla nostra lingua). 

Se invece abbiamo superato il 2020 ma tutto sommato vogliamo cancellarlo dalla nostra mente e ripartire da zero, allora si può dire che diamo un colpo di spugna o passiamo la spugna. Non ci pensiamo più e affrontiamo la vita con nuove energie.

La scienza poi usa la parola spugna anche in altri casi, per esempio esiste la spugna di platino. Ma non mi ci soffermo, tanto chi mai ne avrà una in casa?

Lorenzo Crola

Pensavo fosse un salame, invece era un master

“Sono il postino. C’è una busta per lei con dentro… mah, sembra un salame. Non mi fido a lasciargliela sul muretto per via dei cani”.

Mi precipito a casa per salvare l’involto. Appena lo prendo in mano, comincio a rendermi conto che il contenuto non sembra avere la consistenza di un insaccato (ma in effetti, chi mai poteva aver pensato di mandarmene uno per posta?).

Tutto ha avuto inizio con una chiamata del postino, che non si fidava a lasciare un pacco in balia dei miei cani

Apro finalmente il collo (non quello del postino, tranquilli) e scopro che l’Università Ca’ Foscari di Venezia, a  dieci mesi dalla discussione della tesi, mi ha recapitato il tanto atteso pezzo di carta che certifica il conseguimento di un master in “Progettazione avanzata dell’insegnamento della lingua e della cultura italiane a stranieri”.

Con mia somma soddisfazione, direttamente proporzionale alla delusione di Wolfy e Vanilla (i quadrupedi di casa) quando hanno realizzato che si trattava di un’insapore pergamena.

I delusi

Avevo deciso di iscrivermi a quel master nell’ottobre 2018, alla vigilia della partenza per un’esperienza nel Regno Unito. Sì perché tanto, anche se il corso veniva erogato da un ateneo della Serenissima, la didattica (già ben prima dell’epoca Covid) era interamente prevista on line.

Ciò significa che potevo tranquillamente svolgere le mie ricerche anche da lassù, a patto di trovare una sede dove insegnare la nostra lingua.

aperto il collo, la sorpresa che pone fine a un’avventura iniziata due anni fa

Dopo un solo mese di ricerche (le opportunità, almeno in epoca pre Covid e pre Brexit, da quelle parti non mancavano) sono entrato in contatto con Manuel, fondatore di “Edinburgh Italian Classes” una scuola dedicata esclusivamente all’insegnamento dell’italiano a Edimburgo, con una graziosa sede ai limiti di Holyrood Park, dove Betty dà i suoi ricevimenti quando a inizio estate trascorre la sua “royal week” nella capitale scozzese.  

il soddisfatto

In questa sede ho potuto svolgere la mia ricerca provando a presentare agli studenti un italiano caratterizzato da inflessioni regionali.

È stato decisamente curioso e al tempo stesso emozionante parlare di accento napoletano o siciliano, in una classe lassù tra i verdi prati della Scozia, guardando scene di “Nuovo cinema paradiso” e “Benvenuti al Sud”, ascoltando un agricoltore che esaltava il pomodoro gigante di Belmonte o alcuni romani che per strada commentavano l’ipotesi di trasferire la capitale a Milano.

O ancora, analizzare le interviste all’autore del “Vohabolario del vernaholo fiorentino” e al sindaco di Gangi che, per frenare lo spopolamento di questo comune del Palermitano maestosamente arroccato su un’altura, ha iniziato a vendere le case a un euro.

questa storia passa anche da ediburgo, dove ho trascorso una straordinaria stagione della mia vita

Alla fine, ho dovute svolgere le ultime lezioni… da Momo, proprio dalla mia stanzetta d’infanzia, visto che causa Covid il 21 marzo 2020 avevo dovuto interrompere bruscamente la stagione britannica della mia vita tornando a casa in fretta e furia. Da Momo mi connettevo per continuare a spiegare ai miei studenti di Edimburgo come parlano pugliesi e calabresi, imparando a fare i conti con la didattica su Zoom.

IL PEZZO DI CARTA

Finché, in una calda giornata di luglio ’20, tutti noi studenti del master ci siamo ritrovati con i docenti sull’ormai inevitabile Zoom per discutere le nostre tesi, confrontandoci con colleghi connessi dalla Grecia, dall’Ungheria, dalla Cina o dall’America.  

E così torniamo all’altro giorno quando, avvolto come un salame, è arrivato il pezzo di carta che mi fa sentire un insegnante di italiano per stranieri un po’ più preparato per avvicinare il mondo alla nostra bella lingua.

Lorenzo Crola

Ferraginoso o farraginoso?

Ferraginoso o ferragginoso? Il correttore automatico di Word non aiuta, li sottolinea entrambi in rosso. Non sembra conoscere questo forbito aggettivo che suona così adatto per descrivere un meccanismo lento, complesso, arrugginito.

Proviamo allora ad aprire un vocabolario. Uno Zingarelli, naturalmente. Io ne ho un esemplare del 1995: me lo regalarono i miei quando facevo le elementari e a scuola ci insegnavano a usare il dizionario.

Sfoglia e risfoglia, il lemma non compare. Mi arrendo e scrivo la parola su internet, cosa che in questi casi tendo a fare solo in seconda battuta, perché sulla rete è facile confondersi ulteriormente le idee.

Anche qui comunque ci sono buoni strumenti disponibili gratuitamente. Come il dizionario Treccani, grazie al quale scopro che in realtà l’ortografia corretta è fArraginoso. Ops! Aveva ragione Word.

LE PAROLE VIAGGIANO, ASSIEME AI LORO SIGNIFICATI. IN QUESTO CASO TUTTO PARTE DAL MONDO AGRICOLO

Non so se in passato avevo sentito usare questo aggettivo in modo improprio o se lo avevo un po’ inconsciamente associato all’idea del ferro e della ruggine. In ogni caso ero completamente fuori strada.

Cambia una vocale e cambia (decisamente) il significato. Torno al fido Zingarelli che mi spiega che il ferro proprio non ci azzecca, semmai deriva da farragine, “miscuglio di biade per il bestiame” (pensate al farro).

Poi si sa, le parole viaggiano assieme ai loro significati: a un certo punto si è iniziato a usare il termine più genericamente per indicare un insieme di cose disparate, ammucchiate alla rinfusa, in modo sconclusionato.

Così ora potete dire che quel caos di calzini, vestiti, libri e quant’altro avete in camera in realtà è una farragine. E nessuno potrà ribattere.

Lorenzo Crola

Ringrazio Alex , amico francese con cui da oltre un anno ho un proficuo scambio linguistico, per aver ispirato questo articolo.

Attraversare il Ticino su un ponte da capitale europea

In una vecchia e libera trasposizione cinematografica del racconto “Il cappotto” di Gogol’, diretta da Alberto Lattuada, vediamo il protagonista incamminarsi su un bel ponte coperto, in una fredda e solitaria atmosfera che riflette le angosce della sua esistenza.

Modesto ingranaggio di un’arida macchina amministrativa, Carmine (nel film)/Akàkij  (nel racconto) è ignorato o deriso da superiori e colleghi.

Cerca allora la riscossa comprandosi un soprabito nuovo, su misura.

“Il cappotto” è uno dei cinque fulminanti “Racconti di Pietroburgo” in cui l’autore russo-ucraino descrive una sorta di calore umano che tenta di emergere in alcuni personaggi della gelida capitale imperiale.

Nella citata pellicola italiana, uscita nel 1952,  troviamo un Renato Rascel insolitamente drammatico nei panni del povero Carmine e la nostra Pavia nei panni di San Pietroburgo.

L’ex capitale del Regno Longobardo venne selezionata per ambientare e girare questa storia così intrinsecamente legata alla città degli zar.

nel film “il cappotto” di Lattuada (1952), pavia è stata scelta per rappresentare la san pietroburgo di gogol’

In effetti, a Pavia una certa aria di capitale si può ancora respirare. Le cripte che continuano a parlarci del periodo di splendore altomedievale, le torri che frastagliano il centro, le maestose basiliche romaniche. E il ponte coperto, degno di una grande città europea.

Nonostante il traffico, ha qualcosa di romantico attraversarlo e vedere il Ticino incorniciato dalle sue arcate, le rive ora più ora meno belle (a causa di palazzi non sempre di buon gusto), il cupolone del duomo che spunta tra le colonne.

Prova ne sono le ringhiere infestate dai lucchetti delle coppie di mocciosi.

pavia è stata capitale del regno longobardo. e molte tracce del suo illustre passato riemergono ancora

I resti di un pannello informativo parlano di ricostruzione nel dopoguerra di una struttura del ‘300. Un altro pannello, in migliore stato di conservazione, precisa che l’attuale ponte coperto è una “libera ricostruzione postbellica (come non era e dove non era) di un capolavoro di ingegneria medievale”.

sul ponte coperto, tra storia e romanticismo, sembra di passeggiare in una grande città fluviale d’europa

Le ricostruzioni possono non piacere, come i lucchetti di Moccia. Ma per il sottoscritto attraversarlo è stata sicuramente un’esperienza paragonabile a quella provata sui grandi ponti d’Europa.

Mi limito a citare il ponte Carlo di Praga, accomunato alla struttura pavese da un Santo, Giovanni Nepomuceno. Là gli hanno dedicato una statua, qui addirittura una cappella, appoggiata su uno dei piloni.

Altra differenza è il traffico, assente a Praga. Chissà come sarebbe il ponte coperto di Pavia senz’auto. 

Lorenzo Crola

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Una “Sistina” novarese da salvare. Sant’Alessandro di Briona

Se dovessimo nominare una cappella Sistina del Novarese, credo che la chiesa di Sant’Alessandro nel cimitero di Briona avrebbe buone probabilità di essere scelta.

È vero che si tratta di un’espressione talmente abusata che quasi ovunque sembra esistere qualcosa di analogo all’originale vaticano: cappella Sistina del paleolitico, cappella Sistina di Milano, di Savona, delle Alpi, dell’Amazzonia, del Sahara. Cappella Sistina di qua, cappella Sistina di là. Lascio a voi di sbizzarrirvi a trovarle tutte.

dopo la cascina “cella” torniamo a parlare del sorprendente patrimonio storico-artistico di questo paesino ai piedi delle colline novaresi

Provo allora a farmi perdonare per aver fatto ricorso anch’io a questo stereotipo spiegandovi perché ho deciso di adottarlo per il caso di Briona.

La chiesa di S. Alessandro è segnalata negli itinerari del romanico e degli affreschi del ‘400 locale, ma i grandi flussi turistici ignorano questo sito, così come il resto del sorprendente patrimonio storico-artistico di questo paesino ai piedi delle fertili colline vitivinicole novaresi.

Avevo iniziato a parlarvene nell’articolo sulla cascina Cella, situata in una sua frazione, ma non lontano da qui sta anche Fara con il raro ciclo dei mesi che vi ho descritto qualche settimana fa.

tra le navate di S. alessandro si possono ammirare dipinti delle principali botteghe locali del ‘400, lacerti di opere dei secoli precedenti, sinopie, affreschi staccati (e poi riappesi)

All’interno di S. Alessandro troviamo cicli di affreschi attribuiti a buona parte delle principali botteghe pittoriche operanti nel novarese fra Quattro e Cinquecento: De Campo, De Bosis, Cagnola.  Ma non basta.

In un piccolo ambiente in fondo alla navata destra (trasformato a un certo punto da abside in sacrestia) ci sono delle sinopie, ovvero opere incompiute che ci permettono di capire come nasce un affresco. In facciata e su una colonna interna rimangono lacerti caratterizzati da uno stile ancora più antico.  

E ancora, affreschi staccati e successivamente riappesi alle pareti, strati di affreschi di epoche diverse che si sovrappongono… Ogni possibile caso da manuale di storia dell’affresco sembra che sia qui documentato.

un caso da manuale, minacciato da una trascuratezza generale che culmina in infiltrazioni e distacchi che stanno minacciando le superfici dipinte

Eppure questa chiesa da manuale versa in condizioni preoccupanti. Non ho le competenze per valutarle a fondo, ma credo che infiltrazioni e distacchi che minacciano le superfici dipinte siano segnali inequivocabilmente allarmanti, tanto per segnalare solo l’aspetto più lampante di un contesto di generale degrado.

E qui iniziano le differenze rispetto alla Sistina, la quale è oggetto fortunatamente di ben altre attenzioni. Eppure anche il gioiello del Vaticano aveva i suoi problemi conservativi, considerate le frotte di visitatori che ogni giorno la affollavano per guardare la volta michelangiolesca attraverso gli schermi dei loro smartphone, finendo per trascurare i capolavori alle pareti che riuniscono buona parte delle scuole pittoriche operanti nell’Italia dell’epoca.   

Lorenzo Crola

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Il duomo di Pavia batte il santuario di Boca 4-1

Per i novaresi un cantiere lunghissimo o, in generale, un’impresa che sembra non avere mai fine è “come la chiesa di Boca”, dal momento che nel paese dell’omonimo rosso Doc sorge tra i boschi un santuario frutto della rampante grandiosità di un giovane Alessandro Antonelli.

L’architetto della Mole torinese pensò a una struttura talmente ambiziosa che non solo la costruzione si è prolungata per un secolo, ma ancora oggi (a guardarne la facciata) il santuario non è che sembri proprio finito.   

Non so se esista un detto analogo nel Pavese, ma di certo il duomo dell’ex capitale longobarda appare altrettanto impressionante, quanto a dimensioni e a lunghezza del cantiere.

un cantiere lungo oltre quattro secoli, dalla storia romanzesca, ha portato all’attuale cattedrale con la sua immensa cupola

Solo che in questo caso Pavia batte Boca, quattro secoli (e mezzo) a uno. Il cupolone pavese compare già a chilometri di distanza. Io per esempio credo di aver iniziato a scorgerne il profilo mentre mi veniva l’acquolina in bocca attraversando Carbonara al Ticino. Man mano che mi avvicinano alla città ho distinto sempre meglio quella monumentale massa di mattoni rossi.

Quando poi, attraversato il delizioso ponte coperto, sono arrivato ai suoi piedi lo sbigottimento si è moltiplicato nel notare che tanto splendore rinascimentale è caratterizzato anche da strutture in cemento armato. E qui il visitatore comune comincia a non capirci più niente. Ricostruzioni nel dopoguerra? Necessità di rinforzare la struttura? Intervento degli alieni?

Non è il caso di scomodare Roberto Giacobbo. È stato sufficiente leggere tutta l’avventurosa, quasi romanzesca storia del cantiere per venirne a capo.  Cantiere iniziato a fine ‘400, nel pieno splendore del Rinascimento lombardo, con l’apporto dei grandi nomi dell’epoca. Pare che abbia detto la sua persino Donato Bramante.

non sono solo le dimensioni a stupire: che cosa ci fanno delle strutture in cemento armato in un insieme di ispirazione rinascimentale?

Risultato: si progetta una cattedrale sormontata da una cupola talmente grandiosa che la struttura prevista è stata (quasi) completata solo negli anni ’30 del ‘900, quando appunto non si è esitato a far uso delle moderne tecniche costruttive.

So già cosa potrebbe pensare qualcuno: siamo proprio la patria dei cantieri infiniti, eravamo già ridotti così nel ‘400. E invece no, non c’azzecca proprio niente questo discorso.

È vero il contrario. Questa è la storia di una comunità che crede in un progetto che sa che non vedrà finito, ma continua a lavorarci ostinatamente, magari alternano periodi più solerti e felici ad altri di crisi e scoraggiamento. Ma ogni volta alla fine ci si rialza. E ogni epoca ci mette il proprio gusto e le proprie tecnologie.

la durata secolare dei lavori non è una storia di lentezze e burocrazia. al contrario, emergono l’ostinatezza e la lungimiranza di una comunità

Questa volta come immagine simbolo scelgo l’altare senza pala nel transetto sud. Simbolo dell’incompiuto o forse (involontario) omaggio al mattone di cui, in quella immensa cupola che abbiamo sopra la testa, troviamo un’apoteosi.

Indovinate quale piatto ho preparato poi, una volta tornato a casa.  

Lorenzo Crola

Un lago senza confini, un romanzo oltre i generi. “La stanza del Vescovo” di Piero Chiara

Immaginate di navigare tra incantevoli isolette, castelli in rovina tra le onde, un monastero a picco sull’acqua e una sequela di graziosi porticcioli ove attraccare quando vien voglia di mettere piede a terra. Questo è il lago Maggiore su cui si lascia dolcemente trasportare la “Tinca”, barca a vela scelta come dimora itinerante da un personaggio di cui non ci è dato conoscere il nome.  Eppure è lui stesso a decidere di raccontarci la sua storia e la sua scelta di vivere rimbalzando tra questi luoghi ameni. Finché un giorno decide di fermarsi a Oggebbio, sulla sponda piemontese, poco a nord di Verbania. Qui l’anonimo navigante incappa nell’Orimbelli, una figura che, a volerla descrivere efficacemente, occorrerebbe tratteggiarla come il personaggio tipico di certi film di Ugo Tognazzi, decaduto e inconcludente ma inguaribile piacione e gran imbonitore (inevitabile fu la scelta di questo attore quando si adattò la vicenda per il grande schermo).

L’ANONIMO PROTAGONISTA-NARRATORE VIVE SU UNA BARCA CHE CONTINUA A RIMBALZARE TRA I PORTICCIOLI DEL LAGO, FINO ALL’INCONTRO FATALE CON L’ORIMBELLI

L’attracco a Oggebbio è l’inizio di un’amicizia e di un’avventura che evolverà in giallo. L’innominato velista viene ospitato dall’Orimbelli e pernotterà in quella camera lussuosa e un po’ inquietante, “La stanza del Vescovo”, che dà il titolo al romanzo di cui ho deciso di parlarvi. Una stanza in rosso, dove trascorreva i soggiorni estivi monsignor Alemanno Berlusconi. Del prelato si conserva un abito di panno roso dalle tarme, che nessuno osa toccare. Come facciamo un po’ tutti con i vestiti degli avi che non abbiamo il coraggio di rimuovere dai vecchi armadi.

Nel 1976 “La stanza del Vescovo” segnò l’apice creativo di Piero Chiara, scrittore di lago che, non solo nacque e visse l’infanzia a Luino (sponda lombarda), ma fu anche narratore innamorato del Maggiore. Un luogo dell’anima, dotato di un’anima. Nelle storie di Chiara il lago diventa un mare senza sponde né confini, anche quando la “Tinca” si spinge fin su ad Ascona, in Svizzera, per l’ennesima avventura galante del duo Orimbelli-innominato.

La bella matilde turba la quiete nella villa della famiglia berlusconi, fino alla svolta in giallo

Chiara immagina fatti di trent’anni prima, all’indomani della fine della guerra. Berlusconi era ancora un cognome come tanti e lo scrittore lo sceglie per questa facoltosa famiglia che comprende donna Cleofe e suo fratello Angelo, un ingegnere dato per disperso in Africa. C’è poi la moglie per procura di quest’ultimo, Matilde, talmente bella che, nel film che seguì a ruota il successo del libro, venne interpretata da Ornella Muti. Cleofe sposa l’Orimbelli. Ma con una bella Matilde in casa, potete immaginare quali irrequietezze si scatenino. E così, verso il finale, le acque si fanno sempre più torbide e la storia d’amore si intreccia al poliziesco. Dopo aver superato le frontiere politiche, Chiara si lascia alle spalle anche le rigide demarcazioni tra generi letterari.

il maggiore descritto da piero chiara guarda ai fasti della belle epoque e invidia la movida delle spiagge marine

Il Maggiore descritto da Chiara è un mondo che guarda ai fasti della Belle époque. Ancora si può saltare a bordo dell’Orient-Express a Stresa e pernottare al Grand Hotel, ma al tempo stesso si invidia la movida degli stabilimenti marini e lo sbarco di una “Tinca” è un evento da spiare dietro le finestre in un paesino come Oggebbio, dove gli edifici “parevano dipinti su un telone, tanto erano privi di vita”.

Lorenzo Crola

Quanto potrà durare il gioco del teatro nel teatro? Il caso di “Traviata” all’Opera di Roma

“La traviata” è una di quelle opere che stanno perennemente in cima alle classifiche degli spettacoli più rappresentati nei teatri lirici del mondo. Classifiche che gli esaltatori del made in Italy puntualmente sfoderano quando vogliono spiegarci la ricetta per risollevare l’economia e l’immagine del nostro Paese in quattro semplici mosse. Ad ogni modo è vero che, ai bei tempi in cui si poteva andare nelle sale, si calcolava che il dramma di Violetta andasse in scena ogni santo giorno in almeno due o tre parti del globo. È difficile dunque dire qualcosa di nuovo curando l’allestimento di questo titolo che rappresenta una delle vette della drammaturgia (non solo della musica) di Giuseppe Verdi. Per dire, è l’opera con cui io ho scoperto l’opera.

Dopo il “Barbiere”, Mario Martone ha messo in scena l’opera di Verdi con un’operazione che convince solo per due terzi

Ci ha recentemente provato il regista Mario Martone, con uno spettacolo registrato nel febbraio 2021 e trasmesso venerdì scorso in prima serata su Rai Tre. È riuscito nell’impresa? La mia risposta è: un no e due sì. Nel senso che “La traviata” si sviluppa in tre atti, il primo dei quali non mi è sembrato particolarmente efficace. Stavo quasi per spegnere la tv, ma qualcosa mi ha trattenuto. Fortunatamente, perché nelle due parti seguenti si è visto qualcosa che meritava la prima serata su una rete nazionale o, ai bei tempi, un biglietto per l’Opera di Roma, il teatro che ha allestito lo spettacolo affidando la direzione musicale a Daniele Gatti.

Martone curò anche quel “Barbiere di Siviglia” di cui vi ho parlato nel dicembre scorso, prima opera messa in scena a Roma con questa nuova formula pensata per ovviare alla chiusura del teatro cercando di continuare a intrattenere il pubblico tradizionale e quelli nuovi, raggiunti tramite internet e tv. Se all’epoca il gioco del teatro nel teatro era stata la chiave del successo e cioè i cantanti che recitavano nei palchi, in platea, nel foyer (e a volte anche sul palcoscenico) erano stati la chiave per capovolgere il teatro perché il teatro sopravvivesse, ora lo stesso gioco non solo sembra ripetitivo, ma in un dramma qual è “La traviata”, carico di sventura fin dalle prime strazianti note, pare anche che funzioni di meno.

la lotta tra spontaneità e convenzioni raggiunge il culmine con un atto che lascia gli interpreti in un teatro nudo

Nel secondo atto invece vediamo sul palcoscenico dei finti fondali naturali che papà Germont (interpretato da Roberto Frontali) strappa quando riesce a convincere Violetta (Lisette Oropesa) a rinunciare a quella vita traballante ma serena che lei era faticosamente riuscita a costruire con l’amato Alfredo (Saimir Pirgu), il candido figlio di Germont che con la sua ingenuità e la sua spontaneità era riuscito a strappare questa “pretty woman” dall’artificiosa vita che conduceva nella Parigi di metà ‘800. Ma la gente continua a mormorare e quel tale che doveva sposare l’altra figlia di Germont si sta tirando indietro. Non sia mai che un gentiluomo diventi cognato di una donna dai chiacchierati trascorsi. E così, dopo uno dei duetti più belli ed estenuanti della storia dell’opera, il teatro rimane nudo. Via i leggiadri scenari naturali. Papà Germont con le sue nenie ha convinto Violetta, la quale indossa il cappotto che lui aveva posato sul letto. Cappotto che nello spettacolo di Martone è assunto come simbolo della vita dissoluta, per via della noncuranza con cui gli uomini lo lanciano sul letto per abbandonarsi ai piaceri più sfrenati.

il cappotto, lanciato dagli uomini per abbandonarsi al piacere, diventa oggetto simbolo dello spettacolo

Nell’ultimo atto Violetta è ormai agonizzante, dietro un sipario chiuso. Il teatro è la casa degli attori, ma in questi tempi in cui i sipari sono irrimediabilmente abbassati ne è diventata anche un po’ la prigione.  A questo punto, Violetta che si aggira tra foyer e ridotti come nel primo atto, ci fa provare tutto il suo dolore nel guardare dalla finestra: il corteo del carnevale passa proprio mentre lei sta vivendo le ultime ore concessele dalla tisi.  

Lorenzo Crola

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Viaggio a Ponzana senza vedere farfalle

Al civico 8 di via Nobile Collegio Caccia ci sono ancora il campanello e la buca delle lettere, accanto a un modesto cancellino.  Inutile provare a suonare, a meno di essere a caccia di fantasmi. Rovi, vetri rotti, veneziane sferzate dal vento, tetti cadenti: tutti i sintomi di un sito abbandonato caratterizzano l’antico castello di Ponzana, ciliegina appassita sulla rustica torta di cui ho deciso di parlarvi oggi.

A Ponzana, frazione di Casalino (Novara),
i sintomi dell’abbandono
sono riconoscibili ovunque:
dalla chiesa parrocchiale al castello

Siamo nel territorio di Casalino, Bassa Novarese. Terra, cascine e ruderi in qualunque direzione si guardi. In chiesa parrocchiale scorrazzano solo i piccioni che hanno fatto breccia tra le vetrate, mentre l’aulica  struttura settecentesca si sta letteralmente sbriciolando e un arbusto si è impadronito di una cappella barocca, già dedicata alla Madonna di Lourdes. Un cartello turistico in pessimo stato di conservazione ci informa che l’affresco della facciata è in pessimo stato di conservazione.

Di fronte alla parrocchiale, un porticato pericolante che pare ad arconi a sesto acuto ci fa pensare alla maestria e al gusto dei costruttori di queste vecchie cascine, oltre che al nostro talento nel lasciar che questo patrimonio collassi a poco a poco. Ponzana è un po’ tutta così: segni di un passato in cui ha contato qualcosa tentano  affannosamente di restare a galla in un presente che vorrebbe lasciarli affogare. L’immagine simbolo potrebbe essere la raffinata finestra a ogiva che spunta nel cortile di una semplice casa a ringhiera ormai inabitabile.

Se decidete di visitare Ponzana, è buona regola camminare sempre in mezzo alla strada, a meno di voler prendere una tegola in testa. Non tutto però è pericolante. Oltre alle aziende agricole tuttora in attività,  il complesso dell’ex casa parrocchiale ospita una comunità per malati di Aids, Casa Shalom, nei cui locali è stato ritrovato un prezioso ciclo d’affreschi.  L’ex cimitero di forme neoclassiche, fuori dal centro, è invece stato riqualificato  come giardino per butterflywatching e birdwatching. In parole povere per l’osservazione di farfalle e uccelli. Volatili non ne ho avvistati, forse non sono stato abbastanza paziente, ma mi ha confortato scoprire un caso in cui si è riusciti a tutelare e valorizzare un tipo di struttura normalmente destinata a uno spettrale abbandono. 

L’ex cimitero è invece stato riqualificato
come giardino per butterflywatching

Un tempo, chissà quanto remoto, a Ponzana si poteva anche venire a pranzo: in piazza campeggia ancora l’insegna di una “risotteria”, che aveva scelto per simbolo una pannocchia (boh). Poco più in là, una frase di Benito Mussolini ancora sta dipinta su una parete, a quasi un secolo dalla marcia su Roma.

Lo scrittore Sebastiano Vassalli
aveva scelto come buen retiro l’ex canonica
della Marangana, a pochi chilometri da qui

Solo dei bambini, credo di varie nazionalità del mondo, hanno dato segno di vita durante la visita in questa frazione fantasma: giocavano a palla in piazza e ogni tanto si abbeveravano alla fontana. Per raccontare le storie di Ponzana, ci vorrebbe un Sebastiano Vassalli. Lui, con le sue operazioni di carotaggio nella Storia, avrebbe saputo trovare ciò che è rimasto sepolto sotto le rovine di questo stanco avamposto della civiltà. Non a caso Vassalli prese casa proprio qui vicino, alla Marangana, in un’ex canonica. Si può ancora leggere il suo nome sulla porta.

Lorenzo Crola

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