Edimburgo val bene due ore di vroom vroom bang bang

Mi sono deciso ad affrontare “Fast & Furious” al nono episodio della saga.

Mi sono deciso spinto dalla curiosità di (ri)vedere la mia Edimburgo e il risultato di quelle settimane di riprese per le strade della città, a cui avevo occasionalmente assistito nel periodo in cui facevo la guida turistica in Scozia.

Tra un tour a l’altro mi fiondavo a curiosare e fotografare.

In pratica, sono andato al cinema per togliermi la soddisfazione di dire “io c’ero”. Ringrazio quindi Manuel, l’amico che gentilmente si è reso disponibile per accompagnarmi e sopportare questo mio rito.

Era il settembre del 2019. Stava finendo la nostra ultima estate libera e spensierata.

Edimburgo si stava riprendendo dall’allora insostenibile (e oggi rimpianto) sovraffollamento causa Fringe, un festival esplosivo che per quattro settimane monopolizzava (e tornerà sicuramente a monopolizzare) la città con migliaia di spettacoli.

Mi piacerebbe parlarvi successivamente di questo evento, nella nuova sezione del blog (“Un anno in Scozia”) che inauguro con questo articolo.

A FINE ESTATE 2019 IL CENTRO DELLA CAPITALE SCOZZESE FU MONOPOLIZZATO DALLA TROUPE DELLA SAGA. DOPO DUE ANNI IL FILM è FINALMENTE ARRIVATO NELLE SALE

Tornando a quel settembre 2019, man mano che la baldoria si esauriva le strade del centro sono passate sotto il monopolio di Vin Diesel, John Cena (sì, c’è anche il wrestler “buono” in “Fast & Furious 9”) e compagni.

Turisti e scozzesi hanno dovuto adeguarsi per qualche settimana e lasciare che l’elegante e ordinata New Town, il sovra-sottopasso già famoso per “Trainspotting” e persino St. Gyles cathedral venissero monopolizzati dalla troupe della saga.

Anche la  compagnia per cui lavoravo aveva dovuto modificare i percorsi dei propri tour, per evitare che i propri clienti finissero tra sparatorie e inseguimenti.

Un giorno io e i miei zii, che erano venuti a trovarmi, non abbiamo nemmeno potuto entrare in cattedrale. Il cinema da quelle parti è sacro.

AVENDO CURIOSATO DURANTE LE RIPRESE, NON HO POTUTO NON FIONDARMI al cinema A VEDERE VIN DIESEL INSEGUIRE JOHN CENA SUI TETTI DELLA CITTà

Due anni dopo le riprese, il film è finalmente arrivato anche nelle nostre sale. Così la curiosità di rivere Edinbra mi ha spinto a tornare al cinema dopo un anno di astinenza.

Quei dieci minuti di manovre spericolate e corse sui tetti mi hanno fatto sussultare, più per la nostalgia che per la spericolatezza. Pazienza se mi sono dovuto sottoporre a due ore di vroom vroom, crash e bang bang.

Anzi, chissà che magari non finirò per guardare qualche altro episodio, giusto per capirci qualcosa di più.  

Per quanto riguarda l’azione, comunque, me ne aspetta una buona dose anche per il prossimo film di James Bond, che tornerà nella sua Scozia. Volete che non ne approfitti per farmi iniettare un’altra dose di nostalgia?

A voi è mai capitato di seguire le riprese di un film? E di vederne uno per qualche strano motivo, benché non fosse proprio del vostro genere preferito?

Lorenzo Crola

Come domare una biblioteca? I confortanti consigli di Roberto Calasso

Approfittanto della tregua estiva nella preparazione degli esami per bibliotecario, ho pensato di dedicarmi a qualche lettura di evasione.

Ho scelto quindi di svagarmi prendendo in mano “Come ordinare una biblioteca” di Roberto Calasso, pubblicato dalla sua Adelphi.

Scherzi a parte, l’idea era di dedicarmi a una pubblicazione di taglio meno accademico rispetto a un manuale di biblioteconomia: che c’è di meglio, quindi, di un editore che racconta la propria esperienza come domatore di libri?

Sì, proprio domatore, perché le nostre raccolte domestiche sono inesorabilmente determinate a sfuggirci di mano.

LETTURA ESTIVA

E se non è stata proprio di svago, la lettura di questo libretto è stata sicuramente consolatoria: se anche uno storico editore come Calasso (scomparso purtroppo nel luglio scorso) era in difficoltà con la gestione dei propri volumi, i miei insuccessi nella stessa missione non sono poi un caso così eccezionale.

Si parte da un principio base: «Il miglior ordine, per i libri, non può che essere plurale».

E tra i tipi di ordine che Calasso presenta, apprezzo in particolare quello «per incapricciamenti»: tutti abbiamo la fase dei russi, la fase della storia romana, la fase Camilleri ecc. ed è naturale che si formino scaffali che seguono queste nostre passioni, più o meno passeggere.

L’ORDINE PERFETTO NON ESISTE: MEGLIO ANDARE PER INCAPRICCIAMENTI O PER ATOLLI

In ogni caso rinunciate all’idea di ordinare tutto per autore come nei magazzini di una Biblioteca Civica. Meglio accontentarsi di «formare piccoli atolli di argomenti affini, a cui questi libri aderiranno, come conchiglie alla roccia».

Confortante è stato inoltre scoprire la regola del buon vicino, attribuita nientemeno che all’illustre storico dell’arte Aby Warburg: «Quando si cerca un certo libro, si finisce per prendere quello che gli sta accanto».

Quante volte mi è capitato di acquistare in libreria pubblicazioni di cui non sapevo di aver bisogno.

E anche in questo caso, via i sensi di colpa: «Essenziale è comprare molti libri che non si leggono subito» osserva Calasso (va beh, lui i libri li produceva, quindi era un po’ di parte…).

SE CONTINUATE A COMPRARE LIBRI E POI NON LI LEGGETE, NON PREOCCUPATEVI. UN GIORNO NE AVRETE BISOGNO

Il fatto è che ci sarà il momento in cui avrete bisogno di quell’opera e averla a portata di mano eviterà di lasciar passare quel lasso di tempo fatale in cui potrebbe svanire la fame di sapere.  

E poi quel libro potrebbe sempre diventare introvabile.

E se non bastasse: volete mettere la soddisfazione di pensare che avevate previsto un vostro bisogno di sapere…

ESEMPIO DI DOPPIONE, DOVUTO AI MOTIVI SOTTO ILLUSTRATI

Infine, se qualche volta vi siete sentiti sciocchi nel non trovare più un libro che sapete di aver già comprato, consolatevi.

Non solo è capitato più volte al sottoscritto (che è così andato a comprarne un’altra copia per poi puntualmente rinvenire quella smarrita e ritrovarsi un doppione sul gobbo), ma anche il grande T. S.  Eliot aveva questo problema a causa di «un accumulo di libri così vari, così recalcitranti a ogni tentativo di ordinarli».

Lorenzo Crola

Il non distributore di non libri

Durante una lezione di sociologia all’università ricordo che il docente parlando di “non luoghi” (cioè, semplificando, punti affollati dove non si crea alcuna socialità) fece l’esempio della fermata Porta Venezia del passante ferroviario di Milano.

Uno spazio coperto da un’immensa volta, dalle dimensioni talmente dilatate da sembrare sempre semideserto. Graffiti autorizzati e non (perlopiù di qualità medio-bassa) tentano di dare note di colore al grigiore dominante.

Frequentando recentemente questa stazione, tra i distributori automatici di cui è disseminata ne ho notato uno solitario e dimenticato. Dimenticato da talmente tanto tempo che i prodotti all’interno sono coperti da uno strato di polvere che ancora fa intravvedere qualche nome: Federico Moccia, Fabio Volo, James Patterson. Sì, si tratta di libri.

IN UN’IMPERSONALE STAZIONE DEL PASSANTE DI MILANO GIACE SOLA E ABBANDONATA UN’IMPERSONALE MACCHINETTA, PIENA DI LIBRI IMPOLVERATI

Qualche anno fa nelle stazioni del passante erano spuntate delle macchinette come questa. Iniziativa che possiamo vedere da prospettive diverse. Riconosciamogli il tentativo di mettere dei libri a disposizione del viaggiatore annoiato, che deve magari ingannare l’attesa di un treno in ritardo, in una stazione che non offre nessun tipo di servizio (se non altri distributori automatici).

I VOLUMI, PROPOSTI COME LATTINE DI PAROLE, SPAZIANO DA FABIO VOLO A PRONTUARI PER COGLIERE “IL BELLO DELLA VITA”

Per contro, spicca  l’impersonalità di un distributore che, vista la selezione proposta, sembra presentare il libro come una lattina di parole (a cinque euro l’una). Oltre agli autori citati, il viaggiatore poteva decidere di sorseggiare anche “Pensieri azzurri per Vivere sereni” o “Prendere Tutto il Bello della Vita” (con le maiuscole proprio così) di Omar Falworth. Oppure un “Antivirus per la mente” di Maurizio Fiammetta, o ancora “Attività estreme. Stati alterati di coscienza” di Piero Priorini.

Ora, non so se per mancanza di clienti o per disinteresse del gestore,  il non distributore di non libri se ne sta lì, solo e abbandonato sotto la volta del non luogo. Voi cosa ne fareste?

Lorenzo Crola

Sbolognare l’oro di Bologna

Un amico mi ha suggerito di provare a insegnare ai miei studenti di italiano il verbo ‘sbolognare’, dopo averne scoperto la curiosa etimologia su Instagram. Al momento però non ho apprendenti dalle competenze adeguate.

È vero che per noi è una parola familiare, colorita, scherzosa, quindi non la associamo a un registro alto. Tuttavia chi impara una lingua straniera può acquisire termini di questo tipo solo a partire da un livello intermedio. Bisogna prima impratichirsi con il lessico per presentarsi, andare al ristorante, viaggiare, andare dal dottore ecc.

QUESTA VOLTA LA RUBRICA PARTE DA UN SUGGERIMENTO DI UN AMICO SU UNA PAROLA DA INSEGNARE AI MIEI STUDENTI: SBOLOGNARE

«Al massimo, se dovessi usare questa parola a lezione potrebbe far venire in mente Bologna, visto che stiamo imparando a fare lo “spelling” in Italiano» ho pensato.

Approfondendo la questione, ho scoperto che l’associazione potrebbe essere pertinente. Tutti i dizionari riportano l’ipotesi che questo verbo prenda origine proprio dal capoluogo emiliano «forse perché a Bologna si facevano oggetti d’oro falso o di bassa lega» si legge nel “Prontuario etimologico della lingua italiana” di Bruno Migliorini e Aldo Duro.

Da qui si sarebbe sviluppato l’uso di ‘sbolognare’ nel senso di liberarsi di oggetti inutili o difettosi, ma si può anche ‘sbolognare’ una persona sgradita.

La questione sull’etimologia di questo verbo rimane aperta. In ogni caso, fa riflettere. I luoghi comuni ci fanno pensare a Bologna come la dotta, la grassa, la rossa.

Ci viene in mente il suo bel centro storico, turrito e porticato. Al massimo di questi tempi la evitiamo associandola ai famigerati ingorghi autostradali. Ma forse in passato la città era vista come la capitale delle fregature monetarie e per fortuna di questa nomea è rimasta traccia solo attraverso un verbo.

I DIZIONARI ETIMOLOGICI RISALGONO A UNA SINISTRA FAMA DELLA CITTÀ, CHE NOI OGGI ABBIAMO QUASI DIMENTICATO

Evidentemente anche il modo in cui percepiamo la geografia del malaffare cambia. Oggi per noi i centri in cui imperversa la criminalità sono altri e a Bologna, appunto, attribuiamo ben altre qualità.

E voi? Avete mai sbolognato qualcosa (monete false, un regalo indesiderato, un lavoro ingrato…) a qualcuno? O avete mai sbolognato qualcuno?

Lorenzo Crola

Ringrazio l’amico Niccolò per aver ispirato questo articolo.

Humor e avventura per uscire da una realtà distorta

L’alto tasso di suicidi nei paesi del Nord Europa è un dato che tutti conosciamo, magari senza comprenderne realmente le ragioni. Solo trascorrere lassù una parte della propria vita (non certo il tempo di una vacanza) potrebbe aiutare a capire.

Arto Paasilinna in ogni caso prova a darci una spiegazione: «Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia, l’introversione, una sconfinata apatia». È la constatazione posta in apertura di “Piccoli suicidi tra amici”, il romanzo con cui trent’anni fa questo maestro di humor tragico ha tentato di sdrammatizzare uno degli aspetti più delicati della cultura nordica. L’edizione italiana è naturalmente edita da Iperborea.

ARTO PAASILINNA, MAESTRO DI HUMOR TRAGICO, SDRAMMATIZZA UNO DEGLI ASPETTI PIÙ DELICATI DELLA CULTURA NORDICA

Molteplici strade possono portare al rifiuto della vita. Leggiamo per esempio di una donna esasperata dai brutali maltrattamenti in famiglia. Oppure di un uomo che ha riposto tutte le proprie risorse nel restauro di una nave che non c’è verso di poter rimettere in acqua. E così la visione della realtà comincia a distorcersi, diventando una prigione senza uscita.

Paasilinna però ci insegna che una via d’uscita c’è. E si può fare humor anche sul suicidio, su quel tabù che quasi fatichiamo a nominare e che in passato era l’unico peccato per cui non c’era pietà. Lo ha fatto partendo da una situazione paradossale: un generale e un imprenditore falliti si ritrovano nello stesso fienile per togliersi la vita (un po’ alla “Non buttiamoci giù” di Nick Hornby). Nell’ottica deformata dell’aspirante suicida, i fienili delle solitarie lande finlandesi diventano semplicemente buoni posti per l’estremo gesto: «Ce ne sono a sufficienza perché cento uomini possano impiccarsi o spararsi senza darsi il minimo fastidio a vicenda».

DALL’INCONTRO TRA UN GENERALE E UN IMPRENDITORE FALLITI NASCE L’ASSOCIAZIONE MORITURI ANONIMI, DESTINATA A EVOLVERE IN UN VIAGGIO VERSO LA VITA

L’incontro tra i due sarà fatale, ma non mortale. Non solo desistono dal togliersi la vita, ma insieme elaborano l’idea di condividere le loro angosce per sminuirle, ridimensionarle e scoprire che tutti ne hanno a questo mondo, più o meno nascostamente. Fondano la Libera Associazione Morituri Anonimi, i cui affiliati però finiscono per intraprendere un viaggio in pullman verso la morte. Seguiamo la comitiva che, un po’ alla Buñuel, non trova mai il precipizio giusto per realizzare il proprio progetto. È chiaro che non è il luogo il problema. Arto Paasilinna ci fa scoprire che cos’è veramente a trattenerli dal togliersi la vita.

Lorenzo Crola

Quanti “Strega” vi ricordate?

Riuscireste  a elencare cinque romanzi che hanno vinto il premio Strega, indicando per ciascuno titolo e nome dell’autore (completi)?

Mi è capitato di dover svolgere questo esercizio partecipando a un concorso pubblico per bibliotecario (una professione che mi ha sempre affascinato e che sto tentando di intraprendere).

Forse perché non tutti i capolavori vincono lo Strega (quindi sorge il dilemma: glielo avranno dato o no?), forse perché non do così tanta importanza ai premi e anzi normalmente evito “il libro del momento”, forse perché in questi tempi dominati dal Covid ho un po’ trascurato giornali e telegiornali, sta di fatto che la domanda mi ha provocato qualche difficoltà.

UN PO’ PER L’ANSIA DA CONCORSO, UN PO’ PER IL PERIODO DI “ISOLAMENTO INFORMATIVO”, LA MIA AMNESIA SUI VINCITORI DEL PREMIO STAVA PER FARMI UN BELLO SCHERZO

Alla fine sono riuscito a formare una stentata cinquina e avrei avuto problemi a individuare un sesto titolo.

Confrontandomi con gli altri candidati ho notato che, pur essendo tutti appassionati lettori, l’imbarazzo è stato comune.

Ecco le opere che mi sono venute in mente:

  1. Sebastiano Vassalli, “La chimera” (l’autore del cuore, non potevo che partire da lui)
  2. Alessandro Barbero, “Bella vita e avventure di Mr. Pyne gentiluomo” (Barbero è Barbero…)
  3. Sandro Veronesi, “Caos calmo” (di cui mi sono ricordato per via del film, lo ammetto)
  4. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo” (anni fa avevo approfondito l’eccezionale clima culturare nell’Italia di fine anni ’50, notando anche chi si aggiudicava il premio Strega)
  5. Antonio Pennacchi, “Canale Mussolini” (credo di essermi appigliato alla memoria visuale della copertina munita di fascetta: “Premio Strega 2010”)

Mi scuso con Alessandro Barbero per aver storpiato il suo “Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo”. Abbia pazienza, professore. Cosa vuole: quel titolo così wertmülleriano, l’ansia da concorso…

Notare che non mi è venuto in mente neppure “Il nome della rosa”, su cui qualche mese fa avevo pure scritto un articolo.

E voi, di quale premio Strega non vi sareste dimenticati?

Vi affidate ai premi letterari?

Lorenzo Crola

L’articolo che avevo dimenticato di aver scritto:

https://phileasfogg2020.com/2020/12/18/i-40-anni-del-nome-della-rosa-in-un-mondo-di-biblioteche-chiuse/

Un modo di dire che non vale più (un Perù)

«Ah, questo medico vale un Perù» cantano le protagoniste di “Così fan tutte”, l’opera di Mozart in cui due nobili dame ferraresi vengono sottoposte a un crudele scherzo dai loro fidanzati.

Questi ultimi hanno deciso di provare a sedurre l’uno la donna dell’altro presentandosi sotto mentite spoglie. Arrivano anche a simulare il suicido. A questo punto subentra un finto medico per salvarli dal finto gesto estremo.

 È proprio questo improbabile dottore che, in buona fede, le due dame descrivono in maniera per noi oggi un po’ desueta («vale un Perù»).

Non so se questa espressione per voi sia assolutamente limpida. A me è rimasta qualche perplessità mentre ascoltavo la sublime musica di Mozart e in particolare quel verso di Lorenzo Da Ponte, il librettista.

NELL’OPERA DI MOZART TROVIAMO UN (FINTO) MEDICO ESALTATO PER LA SUA PERIZIA. MA L’ELOGIO È IRONICO O SINCERO?

Non capivo bene se ci fosse dell’ironia o se davvero “vale un Perù” venisse impiegato per descrivere qualcosa di prezioso, come una persona di talento.

IL PERÙ SULL’ATLANTE METODICO DE AGOSTINI CHE USAVO A SCUOLA (ED. 1996/97). NON SO PERCHÉ HO EVIDENZIATO COSÌ IL MACHU PICCHU. FORSE ERA DA SAPERE PER L’INTERROGAZIONE

 Il dizionario Treccani (disponibile on line) conferma, spiegando che un Perù può essere «una grande quantità di denaro, una ricchezza favolosa, con allusione alla fama di grande ricchezza, proveniente dalle sue miniere d’oro».

COME SEMPRE, IL RICORSO AL DIZIONARIO AIUTA A CHIARIRSI LE IDEE (E A RIFLETTERE SU COME VEDIAMO IL MONDO)

Conquistato da Francisco Pizarro nel ‘500 in nome della corona di Spagna e sfruttato rapacemente dai colonizzatori per le sue risorse, oggi il Perù non evoca più quell’immagine opulenta. Anzi lo conosciamo come un paese che – pur ricco di risorse minerarie, cultura e paesaggi mozzafiato – si ritrova in alterne condizioni economiche, politiche e sociali.

Anche i modi di dire cambiano o passano di moda, in base a come vediamo, percepiano, consideriamo, (sfruttiamo) il mondo.

Lorenzo Crola

La chiesa Frankenstein della città-condominio

San Giuliano Milanese, piazza della Vittoria. Ogni dieci minuti sopra la testa sfreccia un aereo in atterraggio. Nel cielo si creano quegli incroci di scie che, ai nostalgici della Scozia come il sottoscritto, evocano la leggenda di re Angus.

Un severo ed essenziale edificio giallo reca in facciata la severa ed essenziale insegna “asilo infantile” (sotto la quale è stata riesumata una data: A. XVI E.F.). Oggi tra quelle mura si trova la sede di un centro anziani.

La società invecchia, gli edifici si adeguano.

SAN GIULIANO MILANESE. EX ASILO INFANTILE, TORRE LITTORIA ED EDILIZIA CARATTERISTICA
EX ASILO INFANTILE, ORA CENTRO ANZIANI. PARTICOLARE

La torre littoria continua a sovrastare lo spazio urbano, anche se tutta la retorica con cui fu pensata si confonde ormai tra la selva di palazzi che costituiscono questa città-condominio alle porte della metropoli.

IN PIAZZA DELLA VITTORIA TUTTO PARE SEVERO ED ESSENZIALE, ALL’INFUORI DI UNA CHIESA DALL’ASPETTO BAROCCO

Sul lato opposto l’edificio severo ed essenziale con la scritta “municipio” ospita in realtà la Biblioteca civica. La casa comunale ha trovato posto in una nuova scatola grigia, poco lontano.

Tornando in piazza, in mezzo tra i due lati sopra descritti si trova una dinamica facciata, impreziosita da riccioli, figure di santi, cornici, giochi di colonne e lesene. Il preludio alla barocca chiesa parrocchiale? Meglio controllare.

CHIESA DI SAN GIULIANO MARTIRE, FACCIATA
CHIESA DI SAN GIULIANO MARTIRE, ABSIDE

Superato l’ingresso, la prima campata, come da programma, presenta volte a crociera e ricchi altari. Qualche passo ancora e i volumi cambiano completamente linguaggio. Severe ed essenziali travi grigie e volumi squadrati creano uno spazio non esattamente rispondente all’estetica barocca.

VARCATO L’INGRESSO, SCOPRIAMO CHE FACCIATA E CORPO DELLA CHIESA PARLANO DUE LINGUE DIVERSE

Alcune linee all’inizio della navata si muovono con una certa originalità. Dopodiché sembra che chi progettò questa nuova parte dell’edificio avesse perso l’ispirazione.

CHIESA DI SAN GIULIANO MARTIRE, INTERNO

La chiesa Frankenstein è il risultato di rifacimenti dell’antica parrocchiale di San Giuliano Martire, a più riprese demolita e trasformata nel corso del ‘900, preservandone appunto la facciata e una campata.  I gusti cambiano, le chiese si adeguano.

Lorenzo Crola

Il minuscolo ossario della battaglia dei giganti

L’estate sta iniziando e, puntuali come i consigli a “bere molto e non uscire nelle ore più calde”, arriveranno gli aggiornamenti sulle code alla barriera di Melegnano, porta d’ingresso al nodo autostradale milanese.

Siamo a sud della metropoli, in un’area ancora a vocazione agricola, cosparsa di condomini senza stile, tralicci, cascine diroccate e incantevoli abbazie.

IL PAESAGGIO TIPICO

In mezzo fra Melegnano e San Giuliano Milanese si trova Mezzano, un minuscolo borgo fantasma che, per dirla con Sebastiano Vassalli, pare “un nulla pieno di storie” (così lo scrittore piemontese descriveva quei luoghi remoti da cui estrava le storie dei propri romanzi).

SCENE DA MEZZANO CITY

Tra edifici pericolanti, papaveri e campi di grano che avrebbero ispirato anche Fabrizio De André sorge un altrettanto minuscolo monumento. È dedicato ai “Gefallene Schweizer bei der Schlacht von Marignano”, soldati svizzeri caduti nella battaglia di Marignano (poi chiamata Melegnano). Così recita un libro d’acciaio su cui è incisa la lista di questi caduti.

Sì, perché prima di diventare famosa per meriti viabilistici, Melegnano è stata teatro di uno scontro bellico che ha comportato anche la morte di migliaia di militari elvetici. Alcune spoglie si troverebbero oggi tumulate in un ossario sepolto in questo remoto angolo della campagna milanese.

Tra campi, autostrade e condomini senza stile spunta un sito che ci riporta alla guerra tra Regno di Francia e Ducato di Milano

Parliamo di fatti del 1515, quando infuriava la guerra tra Ducato di Milano e Regno di Francia, con gli svizzeri che combattevano con il primo e i veneziani con i secondi. Le superpotenze dell’epoca. Lo scontro diverrà noto anche come “battaglia dei giganti”.

L’OSSARIO DELLA MADONNA DELLA NEVE, NEL TERRITORIO DI SAN GIULIANO MILANESE

L’ossario è stato restaurato in occasione del cinquecentenario della battaglia e un pannello posto per l’occasione intende “rammentare al visitatore la caducità della vita e delle gesta umane, ponendo davanti ai suoi occhi le ricadute della brama di potere e della discordia”.

Lorenzo Crola

Articolo correlato:

https://phileasfogg2020.com/2021/01/25/voltarsi-per-guardare-avanti-terre-selvagge-vassalli-e-la-storia/

e se vi garbano i borghi fantasma…

https://phileasfogg2020.com/2021/04/04/viaggio-a-ponzana-senza-vedere-farfalle/

Gialappa, basta la parola

Avevo preso in mano “Il piatto piange”, romanzo di Piero Chiara, per continuare a scoprire il lago Maggiore attraverso uno dei suoi più appassionati narratori (e poi magari raccontarvi quest’opera nelle rubriche di viaggio e lettura del blog).

Ma una parola di questo libro ha finito per farmi scrivere qualcosa innanzitutto in questa rubrica linguistica.

In un paio di occasioni, Chiara cita quella che il vocabolario “Zingarelli” definisce «pianta erbacea messicana delle Convolvulacee […] le cui radici sono usate per dare una resina impiegata come purgante». La gialappa, insomma.

L’autore del romanzo ne parla a proposito di un farmacista che, forse per dispetto, «diede la gialappa a Garibaldi» quando l’Eroe dei due mondi si trovò a passare da Luino, sulla sponda lombarda del lago. Anziché “Qui dormì Garibaldi”, da quelle parti potrebbero forse posare una targa con scritto “Qui si purgò Garibaldi”.

DALLA LUINO DI PIERO CHIARA SI ARRIVA TRAMITE UN PURGANTE AL TRIO COMICO DEGLI “INVISIBILI”

Comunque, al di là dell’aneddoto storico, la domanda sorge spontanea per tutti noi abituati a passare serate su serate davanti alla tv negli anni ’90-primi 2000, quando ancora esistevano poche altre forme di intrattenimento casalingo. Ma come? Gialappa come la Gialappa’s Band?

Proprio così. Il trio comico degli “invisibili” (formato da Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci, di cui sentivamo solo le voci fuori campo) aveva scelto di prendere nome proprio da questa pianta, pare (come si legge in vecchie interviste ancora disponibili in rete) perché pensavano di avere lo stesso effetto della gialappa sul proprio pubblico.

Nel mio caso, invece, con le loro spassose rassegne del peggio del calcio a “Mai dire gol” erano riusciti a farmi seguire un po’ questo sport.  

Lorenzo Crola