Quanti libri non avremmo mai letto in un mondo senza editori?

Ho dedicato un recente articolo alla storia di una scrittrice svizzera che, alle prese con la dura missione di restaurare un castello, finisce per sentirsi prigioniera della propria missione (e del castello stesso) a causa dell’incessante bisogno di trovare sostegno economico per i propri sogni-obiettivi.

Cosa potrebbe succedere se la missione diventasse costruire una castello di carta, ovvero intraprendere un’attività di produzione e diffusione di libri, insomma fondare una casa editrice?

Arrivare a questa meta può significare ugualmente passare attraverso un senso di affanno, provocato da lunghi periodi in cui il progetto stenta a decollare. La mente vola  con i propri sogni ma debiti e difficoltà di mercato continuano a farti tenere i piedi a terra.

Sandro Ferri ha recentemente raccontato la vita grama di un editore esordiente in un libro di memorie e riflessioni incentrate sulla storia della sua  casa editrice “e/o”, di cui avrete molto probabilmente sfogliato qualche titolo proprio perché a un certo punto le difficoltà (ma non le sfide) sono venute meno inanellando una serie di successi come “Cassandra” di Christa Wolf e poi “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, fino al fenomeo Elena Ferrante e alla recente Valérie Perrin di “Cambiare l’acqua ai fiori”.

FONDARE UNA CASA EDITRICE: UN SOGNO DI CUI SI PUÒ FINIRE PRIGIONIERI. SANDRO FERRI, FONDATORE DI E/O, RACCONTA IN COME HA SCAMPATO QUESTO PERICOLO

L’autore-editore alterna le riflessioni sul mondo di chi fa i libri a pagine in corsivo incentrate sulla storia della sua “e/o”. Leggendo queste ultime assistiamo ora con apprensione ora con sollievo alle sorti di un’impresa che da un minuscolo ufficio-magazzino è oggi un’articolata realtà internazionale che si appresta al passaggio di consegne alla seconda generazione.

Colpisce come sia Sandro Ferri sia Katharina von Arx (l’autrice alle prese col restauro del castello svizzero) descrivano un periodo della loro vita in cui una simile spirale di difficoltà economiche li abbia portati a una stessa dipendenza dalle banche.

Per giustificare l’attraversamento di questi periodi bui, Ferri parte da una semplice ma forse non scontata affermazione sull’editore, specie in periodi in cui il fenomeno del self publishing dilaga e al tempo stesso mostra i propri limiti: «Senza questo insolito personaggio, discutibile ed egocentrico, non avremmo letto tutti i libri che abbiamo letto».

L’editore secondo Ferri non è solo un tramite tra autore e lettore. Egli al contrario «ririfiuta di essere un semplice intermediario, cerca piuttosto di imporre il proprio gusto, le proprie scelte, la propria personalità».

TRA MOMENTI DI ANSIA E DI SOLLIEVO ASSISTIAMO AL CONSOLIDARSI DI QUESTO CASTELLO DI CARTA GOVERNATO DA UN’ECCENTRICA MA INDISPENSABILE FIGURA, L’EDITORE-SOGGETTO

Se oggi ci sono sistemi che scelgono e diffondono libri in base ad algoritmi, la soggettività dell’editore deve affermarsi a costo di diventare “L’editore presuntoso” che dà il titolo al libro, un protagonista della scena culturale, come da migliore tradizione italiana. Vedi Giulio Einaudi, Giangiacomo Feltrinelli, Roberto Calasso, per fare qualche esempio di editori-soggetto ammirati da Ferri.

ESEMPLARE IL CASO DI ZIO CASIMIRO: «HO CONTINUATO A PUBBLICARLO ANCHE QUANDO NON VENDEVA, PERCHÉ LO ADORAVO. QUESTO DEVE FARE UN EDITORE»

L’editore-soggetto «ririfiuta di essere un semplice intermediario, cerca piuttosto di imporre il proprio gusto, le proprie scelte, la propria personalità». Da qui l’eterno scontro con le leggi del mercato e la continua ricerca di un equilibrio nella scelta di libri che meritano/devono essere pubblicati e libri che aiutano con il loro successo a pubblicare i primi.

Esemplare il caso di Kazimierz Brandys, l’autore che con “Rondò” è riuscito a raccontare una storia romantica nella tetra Polonia degli anni ’30: «Ho continuato a pubblicare i libri di zio Casimiro anche quando non vendevano più nulla. Perché mi piacevano, perché adoravo il loro autore. È perché questo è ciò che un editore deve fare».

Lorenzo Crola

Per scoprire “Il castello nel cassetto” di Katharina von Arx:

La stellina rossa porta a Castelleone

Ho scoperto Santa Maria in Bressanoro grazie a un prezioso “Atlante stradale d’Italia” De Agostini a cui ancora mi affido per pianificare i viaggi ed esplorare i territori.

Sono trascorsi 25 anni dalla sua pubblicazione, ma la quantità di informazioni ricavabili da quelle carte e la loro leggibilità risultano per certi aspetti ancora insuperate dalle odierne mappe on line.

Così, la presenza di una stella (=merita una deviazione) posta sotto l’abitato di Castelleone mi ha fatto pensare che questa fosse una località da andare a scoprire prima di lasciare la zona tra Lodi e Crema in cui ho vissuto negli ultimi mesi, per una nuova e temporanea esperienza professionale.

GRAZIE ALLA SEGNALAZIONE DEI “LUOGHI DA NON PERDERE” SU UN VECCHIO ATLANTE STRADALE DE AGOSTINI HO SCOPERTO LA SUPERBA CHIESA DI S. MARIA IN BRESSANORO

Il gioiello di Castelleone è una chiesa che si erge come una massa fiammeggiante in mezzo alla campagna verdeggiante, con alte cortine di mattoni rossi che formano semplici geometrie incorniciate da piante e prati.

La chiesa di S. Maria in Bressanoro si trova (oggi) isolata tra i campi, in un luogo che (ieri) ha avuto una sua rilevanza storica e religiosa.

In mezzo a questo “nulla”, si percepisce però un’atmosfera calorosa e accogliente, di quelle che solo un sapiente dosaggio di eleganza e sobrietà sanno regalare.  

IL MAESTOSO VOLUME OTTAGONALE AL CENTRO, CON I QUATTRO BRACCI CHE DA ESSO SI DIPARTONO, EMERGE COME UNA MASSA FIAMMEGGIANTE TRA IL VERDE DELLA CAMPAGNA

L’aspetto esterno può risultare massiccio e severo ma viene ingentilito dalle decorazioni in cotto che marcano i volumi e ricompaiono all’interno a sottolineare gli elementi architettonici.

All’interno la severità lascia il posto all’ariosità: con un colpo d’occhio si possono abbracciare tutti gli spazi, dominati da una cupola centrale suddivisa in otto spicchi dotati di altrettanti oculi da cui provengono i fasci di luce che inondano la chiesa, mentre la volta è cosparsa di una moltitudine di fuochi dipinti.

Sotto di essa, in un silenzio assoluto, va in scena la vita di Cristo scandita da 29 fotogrammi affrescati a fine ‘400 sulle pareti del volume ottagonale.

Diversi maestri e collaboratori devono essersi avvicendati in questo cantiere senza lasciare traccia dei loro nomi.

L’impressione è di ritrovarsi in un luogo incantato, in un posto del tutto inaspettato.

Come sempre, il quadro si comprende meglio approfondendone la storia.

La fondazione di questo edificio si deve al francescano osservante Amadeo Menez de Sylva, che creò la famiglia degli amadeiti e qui diede vita a un convento grazie al sostegno della duchessa di Milano Bianca Maria Visconti.

Il convento è ormai in gran parte scomparso, come nella vicina Abbadia Cerreto di cui vi ho parlato raccontandovi una tappa recente.

DI UN COMPLESSO CONVENTUALE CHE DOVEVA STUPIRE PER BELLEZZA E OPEROSITÀ NON CI RESTA QUASI NULLA, MA QUESTO EDIFICIO CE NE FA INTRAVVEDERE LA GRANDIOSITÀ

Ma mentre là c’era un centro abitato a dare una minima spiegazione dell’imponente edificio religioso che vi svetta, qui abbiamo solo campi. In ogni direzione.

Solo la sobria grandiosità della chiesa è rimasta a parlarci dell’operosità e della bellezza che dovevano caratterizzare l’insediamento amadeita.  

Anche il borgo di Castelleone è tutto da esplorare con i suoi bei portici, una torre, un altro santuario, altre chiese. Tornerò a scoprirlo, così come il Lodigiano e il Cremasco da cui mi sono a malincuore accomiatato.

Lorenzo Crola

Se volete scoprire l’atmosfera surreale di Abbadia Cerreto:

https://phileasfogg2020.com/2022/04/28/abbadia-cerreto-storia-di-spropositata-chiesa-parrocchiale/

Il talento drammatico di un’attrice comica

Ricordo di essere uscito dal teatro abbastanza scosso. D’altra parte uno spettacolo efficace, uno spettacolo che ha un messaggio da trasmettere deve continuare a farci pensare anche a sipario calato.

Siamo abituati a vedere in Marina Massironi una fonte di ilarità con il trio di Aldo, Giovanni e Giacomo (trio che deve il suo successo anche al fatto di essere in realtà un quartetto, se consideriamo appunto anche la sua imprescindibile componente femminile).

Ma quella volta a teatro Marina Massironi, con la versatilità di una grande professionista, seppe calarsi nello scomodo ruolo di una donna vittima di violenza tra le mura di casa.

Una violenza comunicata al pubblico attraverso un monologo talmente lacerante che diventava impossibile non sentirsi complici di un sistema che obbliga una donna a confondere la violenza con un gesto d’amore, ad aspettare che un passante chieda spiegazioni dei lividi, a inventarsi la scusa di aver sbattuto nella porta.

PER LE FOTO DELL’ARTICOLO SI RINGRAZIA “EIDOS FOTO CLUB OLEGGIO”

Provai a descrivere quell’intensa esperienza teatrale in un articolo per il “Corriere di Novara”, che vi ripropongo in questa sezione del sito dedicata ai miei esordi nella carta stampata, prima di creare questo blog.  

Vidi questo spettacolo nel dicembre 2011 al Teatro Civico di Oleggio (Novara), una cittadina dalla vivace offerta culturale di cui ebbi la fortuna di occuparmi appunto come collaboratore del “Corriere”, approfittandone anche per raccontare alcune serate della stagione di prosa.

Ho provato poi a riprendere questo tipo di scrittura nella (per ora) esigua sezione “In scena“ del blog, tuttavia non essendo più stato a teatro per molto tempo, non sono riuscito a raccontarvi granché. Spero di rimediare presto.

Buona lettura

Lorenzo

DAL “CORRIERE DI NOVARA” DEL 15-12-2011, PAG. 67

Se volete leggere qualche altro racconto di spettacoli a cui ho assistito:

https://phileasfogg2020.com/category/in-scena/

Memorie di una scrittrice prigioniera del castello che voleva salvare

Quante volte passando davanti a un bel castello, a un palazzo o a una chiesa in rovina ci diciamo: che peccato, cosa costerebbe salvarlo?

Con questi facili e passeggeri commenti non arriviamo a renderci conto che in realtà costerebbe davvero tanto mettere mano a quelle strutture. Non solo in termini di denaro.

Provate a leggere “Il castello nel cassetto” e assisterete alle peripezie di un’ostinata scrittrice svizzera (tedesca) per salvare quella che poi, proprio grazie ai lavori da lei avviati, si rivelerà essere esattamente una casa priorale della Svizzera francese, retrodatabile fino al ‘200.

“IL CASTELLO NEL CASSETTO” È IL RACCONTO DI UN’OSTINATA LOTTA PER SALVARE UN CASTELLO SVIZZERO, SENZA SOLDI MA CON TANTA IRONIA

L’ostinata si chiama Katharina Von Arx (un nome un presagio verrebbe da dire, visto che arx in latino vuol dire fortezza). Piena di ironia ma priva di soldi,  Katharina ha raccontato in questo libro momenti di euforia e disperazione della sua impresa.

“Il castello nel cassetto. Che cos’è un romanzo rispetto al restauro di un castello?” è stato pubblicato lo scorso anno da L’Orma editore, con traduzione di  Eleonora Tomassini dell’originale tedesco uscito nel 1975.

A sostenere l’autrice-castellana è il suo «incosciente coraggio», l’unica forza sufficiente per affrontare quella cascata di problemi che promana dal progetto di recuperare un bene culturale.

Una sfida che diventa esistenziale: Katharina arriva a provare invidia per gli operai che alla sera tornano a casa «mentre io resto qui da sola in quest’edificio spettrale che è diventato la mia prigione».

AFFRONTARE UNA SIMILE CASCATA DI PROBLEMI DIVENTA UNA SFIDA ESISTENZIALE E IL LETTORE FINISCE PER GIOIRE CON L’AUTRICE PER LE PICCOLE CONQUISTE QUOTIDIANE

Una sfida che arriva a farle ripensare il proprio carattere e il modo di affrontare la vita in generale (emblematiche le pagine in cui si mette alla ricerca di un aggettivo che possa individuare il carattere giusto per dirigere i lavori, vagliando tutte le sfumature tra accondiscendente e severa).

Così anche il lettore arriva a comprendere (e a gioire con lei) per i minimi risultati e le piccole fonti di soddisfazione, come l’arrivo dell’acqua calda.

“Il castello nel cassetto” esordisce come un dramma, con la lista dei personaggi: a partire dalla stessa Katharina (che si definisce “scrittrice, pittrice, viaggiatrice”) con Freddy (il marito “fotografo, scrittore e viaggiatore”), fino a svariati direttori di banca “più o meno clementi con le finanze disastrate di Katharina e Freddy”.

Ma è anche un romanzo che inizia come un “libro delle case”, per citare il recente successo di Andrea Bajani in cui una vita viene ricostruita attraverso tutte le abitazioni frequentate.

Katharina ha vissuto in un lussuoso e nobile palazzo di Vienna, nei peggiori alberghi di Parigi, in una malga alpina. Non importano i comfort: in fondo una casa è dove c’è acqua (come  avevamo concluso in un precedente articolo di questo blog, nella pagina “Cronache”).

LE CATAPECCHIE COME QUELLA DI ROMAINMÔTIER SONO OVUNQUE E RECUPERARLE È SPESSO TROPPO COSTOSO. A VOLTE L’UNICA SOLUZIONE È MUOVERSI CON «INCOSCIENTE CORAGGIO»

E di acqua ne troverà molta quanto individuerà il suo castello del cuore in quel vecchio rudere a Romainmôtier, nel cantone Vaud, posto proprio sopra a un ruscello. Un esperto del patrimonio culturale svizzero  lo definirà un «castello di Chenonceaux in miniatura».

Non so in che condizioni fosse la casa priorale di Romainmôtier quando Katharina la comprò “in svendita”. Sicuramente migliori di quelle della rocca dei Caccia, a Castellazzo Novarese, ormai ridotta a una catapecchia.

Per illustrare questo articolo ho scelto di proporvi proprio qualche scatto del castello di Castellazzo, per semplice suggestione fotografica e per farvi conoscere le rovinose condizioni in cui sciaguratamente si trova questa struttura, sperano che trovi la sua Katharina.

Non ho mai cercato foto di Romainmôtier, preferisco che mi resti in mente l’immagine che mi sono formato leggendo. Poi chissà, magari un giorno farò un viaggio nel cantone Vaud.

Loreno Crola

Per leggere la cronaca della scoperta dell’acqua calda a casa mia:

Ci vediamo venerdì prossimo. Sì, ma di quale settimana?

Rispondo con piacere al messaggio di Paolo, inaugurando un filo diretto con i lettori di phileasfogg2020.com riguardo a dubbi e curiosità sull’italiano. Trovate in fondo all’articolo le modalità per contattarmi con i vostri quesiti linguistici.

Partiamo immaginando che il seguente dialogo sia avvenuto tra due interlocutori mercoledì 30 marzo:

– Ci vediamo venerdì prossimo.
– Va bene, me lo segno sull’agenda: venerdì 1° aprile.
– Ma no… venerdì della prossima settimana, l’8!
– Ah, ok… Avevo capito male.

Vi è mai capitato un equivoco del genere? Chi ha ragione?

Diciamo subito che l’importante è capirsi. Quindi ottima la scelta di specificare «venerdì della prossima settimana» quando non si è sicuri dell’efficacia delle parole usate. Meglio qualche parola in più che rischiare di dare un appuntamento a vuoto…

Diciamo poi che in una lingua viva capita che le parole inizino a essere usate in modo diverso, per tanti motivi (per esempio l’influsso di una lingua straniera). Così, si sta diffondendo l’uso dell’aggettivo “prossimo” riferito a un giorno della prossima settimana, non di quella in corso.

IN UNA LINGUA VIVA CAPITA CHE LE PAROLE INIZINO A ESSERE USATE IN MODO NUOVO, A VOLTE PER L’INFLUSSO DI UNA LINGUA STRANIERA

Pertanto, se oggi è mercoledì 30 marzo, «ci vediamo venerdì prossimo» potrebbe effettivamente essere inteso come «ci vediamo venerdì 8 aprile». 

Tuttavia in italiano l’aggettivo “prossimo” «unito ad unità temporali (nomi dei mesi e dei giorni della settimana) indica la prima unità di tempo successiva al momento dell’enunciazione», come ricorda Raffaella Setti in un intervento sul sito dell’Accademia della Crusca.

Quindi il primo interlocutore del nostro dialoghetto iniziale, pensando al venerdì più vicino, intende bene. L’altro parlante si sta invece adeguando a un uso diverso. Da qui il corto circuito comunicativo.

PROSSIMO IN ITALIANO «INDICA LA PRIMA UNITÀ DI TEMPO SUCCESSIVA AL MOMENTO DELL’ENUNCIAZIONE»

Chissà se ci può essere lo zampino dell’inglese, dove “this Friday” è “questo venerdì” (quello della settimana in corso), mentre “next Friday” è quello della prossima settimana,  come nota sempre Raffaella Setti, specificando che «anche l’italiano offre la possibilità di scegliere tra “questo” e “prossimo”, che però assumono lo stesso valore che hanno nell’inglese soltanto quando siano usati contestualmente, contrapposti l’uno all’altro».

Per esempio: «Se non puoi questo venerdì, ci possiamo trovare giovedì prossimo».

Nel dubbio, comunque, sempre meglio specificare…

Lorenzo Crola

Per consultare l’articolo su “Prossimo con unità temporali” sul sito dell’Accademia della Crusca:

https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/prossimo-con-unit%C3%A0-temporali/132

• Se volete sottopormi domande, dubbi, curiosità sulla lingua italiana, sarò lieto di approfondire i temi da voi proposti nella rubrica “Come si dice?” di phileasfogg2020.com

Potete scrivermi all’indiritto email l_crola@libero.it o mandarmi un messaggio tramite la pagina Contatti del sito.

Così transita la gloria di una chiesa abbaziale

Abbadia Cerreto è la prima località del Lodigiano che vi racconto da quando mi sono trasferito da queste parti.

Il fiume Adda separa questo lembo di campagna dal resto della sua provincia, proiettandolo verso il Cremasco.

Proprio questa posizione di confine ha fatto sì che Milano e Venezia, tra ‘400 e ‘500, trovassero anche qui un terreno di scontro.

Oggi invece Abbadia Cerreto è un tranquillo Comune di duecento abitanti.

Ci si arriva dopo qualche chilometro di strada fra campi, rogge, cascine e ruderi di cascine. Una dimensione che mi riporta col pensiero a Castelnuovo di Ceva, il micro centro delle Langhe che ispirò il primo articolo di questo blog.

In entrambi i casi, un piccolissimo mondo che ti incanta per l’isolamento dai nostri frenetici ritmi iperconnessi e l’inaspettata bellezza che custodisce.

Mi immagino gli abitanti di Abbadia Cerreto rannicchiati attorno ai funghi riscaldanti per assistere alle funzioni invernali nella loro chiesa parrocchiale.

Non deve essere semplice percepire del tepore in uno spazio così arioso, delimitato da volte e pareti smisurate.

INIZIO A RACCONTARVI IL LODIGIANO PARTENDO DA UN’ABBAZIA CIRCONDATA DA UN MICRO COMUNE DI CAMPAGNA. UNA DIMENSIONE COSÌ LONTANA DAL NOSTRO MONDO IPERCONNESSO

Parte del fascino di questa chiesa proviene dagli elementi architettonici in mattoni rossi che si stagliano su un bianco rivestimento e dialogano con il pavimento in cotto, creando un accogliente effetto cromatico.

Se poi passate di qui nel pomeriggio, meglio verso il tramonto, vedrete entrare dall’antico portale una lama di luce che sembra incarnare quella spiritualità che si viene a cercare in questi luoghi.

Stando sulla soglia sembra di poter leggere una poesia scritta da luce e ombra.

I massicci pilastri con capitelli cubici arrotondati danno al tempo stesso un senso di solidità e semplicità, quasi austerità, interrotto da preziosi inserti rinascimentali e barocchi. Un delizioso contrasto frutto dell’avvicendarsi di gusti diversi nella storia di questo edificio.

È piacevole anche perdersi tra navate e navatelle, differenziate dal differente ritmo delle arcate (a ogni campata centrale ne corrispondono due laterali).

SEVERITÀ DELLA STRUTTURA E INSERTI BAROCCHI, APPARENTEMENTE CONTRASTANTI, SONO IN REALTÀ FONTE DI ULTERIORE FASCINO

Fondata nell’XI secolo, questa chiesa era al centro di un’abbazia benedettina poi passata ai cistercensi.

Entrambi gli ordini resero il Cerreto un florido centro monastico. Tuttavia, passano i secoli e i monaci diventano sempre più rari. Progressivamente la chiesa abbaziale diventa semplicemente parrocchiale e il resto del complesso sparisce o quasi.

STANDO SULLA SOGLIA DELL’ANTICO PORTALE, SEMBRA QUASI DI POTER LEGGERE UNA POESIA SCRITTA DA LUCE E OMBRA

Così oggi Abbadia Cerreto si ritrova una chiesa spropositata rispetto al minuscolo centro rurale che la ospita.

All’inizio si resta sorpresi da tutto questo spazio dedicato alla meditazione. Ma ancora una volta è proprio il contrasto a creare il fascino del luogo.

Lorenzo Crola

Se volete rileggere il primo articolo di questo blog e confrontare Abbadia e Castelnuovo:

https://phileasfogg2020.com/category/in-viaggio/page/3/https://phileasfogg2020.com/category/in-viaggio/page/3/

Ma tutto il Galles è delizioso come Conwy?

Conwy è un delizioso paesino del Galles dominato dalle rovine di un castello che ancora promana la superbia di Edoardo I, il re conquistatore che a fine ‘200 munì la regione di un anello di fortezze per estendervi il potere inglese (sì, è anche il re “cattivo” di “Braveheart”, ma di questa storia scozzese vi parlerò un’altra volta).

Ho trascorso una giornata intera a Conwy. Era la mia prima puntata da queste parti e mi chiedevo: se il Galles è tutto così, che Paese da favola deve essere?

Programmai questa gita durante il mio breve soggiorno in Inghilterra nel 2018, prima di stabilirmi in Scozia. Perdonate quindi se inserisco l’articolo in questa sezione del blog (che per l’occasione ho ribattezzato “Un anno in Scozia e dintorni”).

ERETTO AI TEMPI DI EDOARDO I, IL CASTELLO ANCORA PROMANA LA SUPERBIA DI QUESTO RE (CHE DIEDE FILO DA TORCERE ANCHE AGLI SCOZZESI)

Conwy è una di quelle località in cui bisogna arrivare in treno: il viaggio lungo la costa, partendo da Chester, vi prepara con un carico di suggestioni che poi questo villaggio marino porterà all’apoteosi.

Si sbarca in una tipica stazioncina britannica, con le rigorose insegne bilingui, passando sotto un arco dell’antica cinta muraria (ricordatevi di avvisare il capotreno che volete scendere a Conwy, altrimenti potrebbero saltare la fermata…). Anche il paese è tanto tipicamente britannico, guardate questa foto:

Rifocillatomi con una deliziosa fetta di torta innaffiata con un “americano” in quelle caffetterie dall’atmosfera tanto casalinga, mi diressi subito verso il castello. Che sia in rovina lo si percepisce solo entrandovi, tanto è ancora possente la struttura.

Entri tra alte mura e solidi torrioni circolari e scopri che mancano le coperture ma il resto è ancora lì a raccontare la conquista e la dominazione del Galles.

TUTTO È DELIZIOSAMENTE BRITANNICO A CONWY: DALLA STAZIONCINA ALLA CAFFETTERIA, AI PANORAMI MARINI INCORNICIATI DALLE ANTICHE ROVINE

È un labirinto ininterrotto di interni-esterni, non si sa mai bene quando si è dentro e quando si è fuori.

Le torri hanno visto sprofondare i loro piani uno sull’altro: oggi ci rimangono dei camini in pietra che si affacciano su un nulla verdastro.

Dopo una giornata intera trascorsa passeggiando tranquillamente tra la fortezza, il villaggio e la baia, era veramente difficile staccarsi da Conwy e dalla sua incantevole atmosfera: le rovine che incorniciano il mare pieno di barche, un senso di pace ovunque si volga lo sguardo, le romantiche panchine sul ponte stradale (ecco, c’è anche un ponte ferroviario bruttarello, ma qualcosa che rompesse tanto incanto ci doveva essere, no?).

Sarà la difficoltà che si prova a staccarsi da Conwy ad aver ispirato questo monumento fatto di cozze?

Forse solo l’idea tornare nella graziosa stazioncina per prendere un confortevole treno e ripercorrere quel tratto di costa al tramonto mi ha convinto a lasciare quella panchina.

Lorenzo Crola

Tante piccole donazioni possono fare un grande museo

Spesso ci immaginiamo un museo come un posto pieno di opere d’arte e oggetti di valore, frutto di onerosi acquisti o lasciati da facoltosi collezionisti.

Ma ci sono anche musei nati attraverso tante piccole donazioni di oggetti semplici. Semplici quando sono stati creati e utilizzati forse, ma oggi preziosi documenti di un passato che non dobbiamo perdere.

Un’istituzione nata in questo modo e con questo scopo è il Museo Civico “Carlo Fanchini” di Oleggio (Novara), che ospita vari tipi di collezioni etnografiche presso un ex convento cappuccino.

Durante la mia  collaborazione con il “Corriere di Novara”, mi sono sempre occupato delle notizie provenienti dal bel borgo di Oleggio e quindi anche del suo Museo, un vero pozzo di storia “locale” (ma la cultura non è mai locale, come abbiamo già avuto modo di concludere in questa sezione del sito).

Approfondendo la conoscenza di questa istituzione, ho capito che ricevere donazioni è anche un impegno, se non un onere: significa innanzitutto valutare se è possibile accettare il dono e poi catalogarlo, restaurarlo, renderlo fruibile e valorizzarlo.

A volte si tratta di valorizzare le stesse figure che hanno prodotto o hanno posseduto quegli oggetti: artisti, artigiani, personaggi della storia e della vita cittadina.

Ne avevo parlato con due storici collaboratori del Museo Civico di Oleggio, Dario Crola e Flavia Fiori, entrambi purtroppo nel frattempo scomparsi. Mi piace poterli ricordare riproponendovi il servizio che avevo realizzato anche grazie al loro contributo.

Buona lettura

Lorenzo

I Kelpies, due teneri e minacciosi sguardi d’acciaio

I Kelpies sono il simbolo di una Scozia che si sa rinnovare e reinventare, continuando a sorprendere un pubblico di visitatori che, almeno in tempi pre Covid, era sempre in crescita.

Una crescita meritata forse proprio grazie a questo talento nell’accoglienza e nella valorizzazione di storia e tradizioni.  

Lo sguardo di un Paese di questo tipo non può dunque essere solo rivolto all’indietro, bloccato in una contemplazione passiva del proprio passato, ma deve anche protendersi in avanti, verso il futuro.  

Uno sguardo ben attento alle proprie radici e un altro slanciato verso il domani. Proprio come le due gigantesche teste di cavalli che spuntano quando si viaggia sulla M9 tra Edimburgo e Stirling, nei pressi della zona industriale di Falkirk.

Il continuo sviluppo di questa zona è per altro esibito attraverso la mastodontica “ruota per le barche” (che purtroppo in un anno lassù non sono mai riuscito a vedere e quindi, finché non riuscirò a tornare oltre il vallo di Adriano, non ve la racconterò).

Vidi per la prima volta i Kelpies percorrendo l’autostrada durante un  tour verso loch Ness, a cui stavo partecipando per  imparare a condurlo come guida turistica della Scozia.  

SIMBOLO DI UNA SCOZIA CHE SA SEMPRE ACCOGLIERE E REINVENTARSI, I KELPIES NASCONO ANCHE DA UN’OSCURA LEGGENDA

Passando accanto a quei due eleganti colossi (con i loro 30 m sono le statue equestri più alte al mondo) rimasi subito impressionato, o meglio catturato, e decisi di andare a osservarli meglio, appena possibile.  

Quando finalmente raggiunsi Helix Park, la piacevole oasi che li ospita,  potei finalmente ammirare con calma quei due cavalli da ogni angolazione, fotografarli in tutti i loro sorprendenti dettagli e nel loro rigoglioso contesto all’incrocio tra quei canali che furono le autostrade di un tempo.

Ritrovarsi sotto due teneri e minacciosi sguardi d’acciaio è semplicemente un’emozione.

La speciale superficie traforata che li contraddistingue è frutto dello stile di Andy Scott, l’artista scozzese che ha concepito quest’opera, inaugurata nel 2014. Guardate che effetto si crea al tramonto, con il sole dietro a una delle due teste.

CON IL SUO STILE REALISTICO E TRAFORATO, LO SCULTORE ANDY SCOTT HA RESO OMAGGIO AL CAVALLO E HA CREATO UN ELEGANTE BIGLIETTO DA VISITA PER LA ZONA INDUSTRIALE DI FALKIRK

I Kelpies sono un biglietto da visita per questa operosa zona, ma anche un grande omaggio a un animale senza il quale l’uomo avrebbe fatto ben poca strada (qui in zona venivano persino sfruttati per trainare le barche sui canali).

CON I LORO MUSI RIVOLTI VERSO L’ALTO E IL BASSO, QUESTI DUE COLOSSI SEMBRANO VOLERCI INSEGNARE A GUARDARE SIA AL PASSATO SIA AL FUTURO

Ma in Scozia c’è sempre anche un retroscena oscuro.

Il nome nasce dal folklore celtico-scozzese: secondo la leggenda, i kelpies erano creature mostruose che popolavano le tormentate acque dei laghi scozzesi.

Avevano il potere di trasformarsi in bellissimi cavalli per attirare prede umane che, una volta salite in groppa, non potevano più scendere, finendo trascinate negli abissi per essere divorate.

Ogni volta che passavo da quelle parti, durante il tour di loch Ness, pensavo a quanti  Kelpies incontriamo nella nostra vita. Fortuna che ci sono le leggende scozzesi a farci stare in guardia.

Lorenzo Crola

Egitto, gennaio 2011. Viaggio in un paese sull’orlo della rivoluzione

Nel gennaio 2011 mi trovavo in viaggio in Egitto, del tutto ignaro che in quello stesso mese il Paese sarebbe stato sconvolto dallo scoppio della cosiddetta “primavera araba”, carica di slanci e speranze poi in gran parte delusi.

Così, tra sgomento e incredulità, pochi giorni dopo il mio rientro a casa mi ritrovai incollato alla tv. Seguivo tutte le notizie delle rivolte che andavano in scena negli stessi posti che avevo vissuto da turista, a partire dalla popolare piazza Tahrir, giusto di fronte al Museo Egizio.

Continuavo a pensare alla situazione di caos e violenza che stava vivendo il Paese di cui mi ero appena innamorato.

Non capivamo verso cosa sarebbe andato l’Egitto, che cosa avrebbe potuto nascere se fosse caduto il regime di Mubarak. Uno scenario di incertezze che ricorda tante altre crisi.

Considerato che in quel periodo lavoravo per il “Corriere di Novara”, giornale locale attento anche al quadro internazionale nei suoi legami col territorio novarese, pensai di scrivere una testimonianza interpellando il professor Angelo Sesana, direttore degli scavi archeologici che avevo visitato durante quel viaggio e profondo conoscitore della realtà egiziana.

Ne uscì il servizio che vi propongo oggi, continuando a presentarvi una selezione di articoli che ho realizzato nel corso della mia collaborazione con il “Corriere di Novara”.  

Mi colpisce rileggere questa frase del professor Sesana: «Se non c’è amore per la gente, non ci può essere amore per le antichità». L’Egitto non è solo il paese delle piramidi o dei resort marini, nemmeno è solo il Paese del caso Regeni o di una dittatura militare.  È (come tutti, del resto) un paese fatto di contrasti, che possiamo capire e affrontare solo entrando in contatto con la sua gente.

Buona lettura.

Lorenzo